Intervista ad Italo Moretti: una vita “dentro la notizia”

Italo-MorettiDalle cronache medievali alle gazzette barocche, dai quotidiani inglesi settecenteschi alla stampa periodica e di settore, dalla Penny Press ottocentesca al giornalismo contemporaneo, l’uomo ha sempre sentito l’esigenza di diffondere notizie e di farlo in modo professionale, dapprima con fogli manoscritti e, poi, con pagine stampate.

Ernest Hemingway, che, dai tempi dei reportages canadesi e degli articoli per l’Esquire, fino a quelli dei resoconti della Guerra Civile spagnola e della Seconda Guerra Mondiale, ha fatto il giornalista, rinnegò i suoi articoli definendoli stuff, roba, e reclamando il diritto di uno scrittore di non vedere esumati da nessuno i precedenti giornalistici, poiché vanno “a detrimento” della successiva produzione letteraria. In realtà è vero l’esatto contrario: giornalismo e letteratura sono mondi complementari che si arricchiscono a vicenda. Nel caso di Hemingway, ad esempio, la produzione letteraria non solo fu positivamente influenzata dall’attività giornalistica, ma molto del materiale raccolto per gli articoli rappresentò un valido spunto per i racconti. E non fu un caso isolato. Grandi nomi della letteratura ebbero precedenti giornalistici. Nel Novecento, giornalismo e letteratura marciarono di pari passo, nonostante il giornalismo avesse assunto, con Pulitzer e con la sua Columbia Journalism School, una più precisa conformazione, ricevendo regole precise. Il giornalista era chiamato a distaccarsi dallo stile che permeava le sue opere letterarie ed a parlare stando “dentro la notizia”. Non è sempre facile. A volte la “notizia” è un teatro di guerra, di rivolta brutale. “Mi puntò la rivoltella in direzione della tempia ma non me ne importò, ormai sapevo che non la sua rivoltella dovevo temere ma l’elicottero che passava basso con la sua mitraglia, mirando dentro l’apertura del balcone, e chiusi gli occhi per non vedere, mi tappai gli orecchi per non udire, ma vidi e udii quella raffica lunga, lunga, e subito sentii un gran male, sentii tre coltelli di fuoco che mi entravano addosso, tagliando, bruciando, un coltello dentro la schiena e due nella gamba …”. Quella che scrive è Oriana Fallaci e la storia è la sua; la sua in Messico, il 2 ottobre 1968, durante la cosiddetta strage di Erode, perpetrata dal governo contro gli studenti rivoltosi. Fu raggiunta da una raffica di mitra ed abbandonata tra i morti.

Ci vuole un gran coraggio per fare questo tipo di giornalismo; lo stesso coraggio che ha avuto Italo Moretti, quando, ancora cronista radiofonico, venne inviato a Santiago del Cile subito dopo il golpe di Pinochet. E’ un giornalismo che si annida sotto la pelle, questo; la pelle di chi scrive e quella di chi legge. Non lascia indifferente nessuno.

Giornalista radiofonico, prima, e televisivo, poi, Italo Moretti, classe 1933, è uno dei volti più noti della Rai. Ha guadagnato, ben presto, fama di esperto dei complessi ed a volte precari equilibri politici dell’America Latina. Come inviato della Rai, è stato presente in Cile, Argentina, Uruguay, in paesi caratterizzati da un lungo alternarsi di regimi democratici e dittatoriali. Dell’Argentina e del Cile ha documentato le durissime repressioni militari degli anni Settanta e, per lungo tempo, ha rappresentato una delle pochissime voci a testimonianza delle sparizioni argentine, inizialmente negate dalla comunità internazionale. La sua carriera lo ha visto anche in altri difficili teatri politici: Spagna, Portogallo, El Salvador e Nicaragua. Nel 1987 è diventato vice-direttore del TG3, di cui ha assunto la direzione dal 1995 al 1998.

L’ho incontrato per una piacevole chiacchierata sul “giornalismo secondo Italo”, sulle sue esperienze, fonte sicura di ispirazione per chiunque voglia intraprendere la difficile ed affascinante via di vivere “dentro le notizie”.

Le cinque regole della Penny Press sono: who, where, when, what e why (chi, dove, quando, come e perché). Cos’è il giornalismo per Italo Moretti?

La scoperta, la diffusione, l’analisi e il commento di fatti che attengono a realtà sociali, politiche ed economiche. Di qui le varie tipologie del giornalismo che vanno dal giornalismo di cronaca a quello di inchiesta; dalla critica d’arte al giornalismo di settore, come quello politico, sportivo, scientifico, ecc. E’ una forma elevata e nobile di comunicazione e di informazione. Le regole della Penny Press valgono ancora. Di sicuro si deve inquadrare il fatto in tutti i suoi punti essenziali, in modo che la notizia sia facilmente fruibile da tutti, ma non si deve mai dimenticare di farlo con stile e personalità.

Nel giornalismo c’è più mestiere o più vocazione?

La vocazione è innata e determinante ai fini di una corretta acquisizione dei principi e delle tecniche su cui si fonda il mestiere del giornalista. Oserei dire che giornalisti si nasce. Mia madre raccontava sempre di quando, da bambino, fingevo d’essere un radiocronista usando un barattolo vuoto come microfono. Improvvisavo radiocronache che avevano come protagonisti Astolfi e Bergomi, i duellanti del ciclismo di allora e, nel farlo, cercavo di tenere gli stessi ritmi e lo stesso linguaggio pulito e accattivante che avevano i cronisti che sentivo alla radio.

Molti famosi giornalisti sono stati anche grandi scrittori. Pensiamo ai nostri Montanelli, Biagi, Moravia, Fallaci, Buzzati, Berto, Soldati …

Chi sa tenere la penna in mano sa scrivere articoli e libri, senza distinzione. Alcuni, certo, sono più portati verso la costruzione di storie di fantasia, altri verso la stesura di lunghi reportage, di libri di storia e di politica, ma nel giornalismo è racchiusa sempre della buona letteratura.

Ne sei dimostrazione tu stessa. Ho avuto il privilegio di presentare, accanto alla bravissima Monica Guerritore, la tua raccolta di racconti Il Bene che Crediamo di Fare; ho letto in anteprima il tuo libro Fiume Bojaccia. Ora, finalmente, vedo che la tua vocazione, insieme con le tue attitudini, stanno trovando giusta voce anche nel giornalismo. Il tuo modo di scrivere è raffinato e coinvolgente, il tuo approccio alle diverse materie di cui ti occupi esprime la versatilità e la vastità della tua cultura. Ho letto con interesse i tuoi articoli e le tue interviste. Mi è piaciuta, in particolare, quella a Marco Buttu sulla spedizione in Antartide. Sei riuscita a dare notizia della spedizione, a far emergere la figura di questo giovane, coraggioso ingegnere e, al contempo, a portare il lettore in viaggio verso l’Antartide dei grandi esploratori del passato. Le tue critiche teatrali, poi, sembrano pezzi d’altri tempi, quando la critica era colta, puntuale, scritta da chi si intendeva di teatro.

Grazie, Italo. Complimenti immeritati. Parliamo di te, che sei maestro nella saggistica. Hai scritto molti splendidi libri: Innocenti e Colpevoli. Cronache da tre mondi, edito da Editori Riuniti nel 1999, In Sudamerica. Trent’anni di storie latinoamericane dalle dittature degli anni Settanta al difficile cammino verso la democrazia, edito da Sperling & Kupfer nel 2000, I figli di Plaza de Mayo e L’Argentina non vuole più piangere. Da Peron a Kirchner: gli anni della dittatura, la crisi economica, i segni del cambiamento di un paese inquieto, entrambi editi da Sperling rispettivamente nel 2002 e nel 2006. Molti dei tuoi scritti hanno a che fare con il Sudamerica, di cui sei un profondo conoscitore. Sei stato a lungo inviato speciale a Santiago del Cile. Qualche ricordo di quei tempi?

L’esperienza del Cile, schiacciato dalla dittatura militare di Pinochet, è stata la più traumatica e coinvolgente della mia carriera. Indimenticabile. L’11 settembre 1973 lavoravo ancora a Radio Rai. Ricordo che il direttore, Vittorio Chesi, mi chiamò per dirmi che sarei partito quel giorno stesso per il Cile, dove avrei documentato la caduta di Allende. Ogni volo per Santiago, tuttavia, era stato cancellato. Arrivai, dunque, a Buenos Aires; raggiunsi Santiago solo il 18 settembre, con alcuni colleghi americani che riuscirono a rompere l’embargo, affittando un charter delle Aerolineas Argentinas in atterraggio al piccolo aeroporto militare Los Cerrillos. Con me c’erano Francesco Rosso, de La Stampa, e Franco Catucci della Rai.

Mentre camminavo per le strade di Santiago, fui sorpreso nel vedere le bandiere cilene pendere dalle finestre. Quel giorno ricorreva la festa dell’indipendenza nazionale. Si percepiva un clima di apparente calma: gli altoparlanti invitavano al rispetto delle norme stradali, i focolai di ribellione erano già stati sedati con la violenza.

Poco dopo ci recammo allo Stadio Nazionale, adibito dai golpisti a carcere, il più affollato carcere del mondo. In quel luogo di sport trasformato in un luogo di dolore, erano stipati settemila prigionieri politici, molti dei quali cercavano ad ogni costo di avvicinare noi giornalisti per darci numeri di telefono, affinché comunicassimo con le loro famiglie, trasmettendo le poche parole d’addio che riuscivano a pronunciare. Io stesso annotai più di un numero telefonico. Il ricordo di quei momenti, di quelle telefonate è dirompente ancora oggi. Uno dei prigionieri, con il quale potei scambiare qualche parola, mi disse: “Ci sono altri compagni negli spogliatoi. Lì fanno gli interrogatori che si concludono con la morte”. Era un cosiddetto Tribunale di Guerra a decretare che, dopo l’interrogatorio, caratterizzato da ogni sorta di tortura, i prigionieri venissero trucidati. La sommaria condanna a morte colpiva studenti, operai e quanti erano conosciuti come oppositori del regime militare asceso al potere.

La violenza del regime e le sue enormi dimensioni si espresse in modalità inedite. Per molti giorni, venuta meno, ben presto, la capienza dei cimiteri, i cadaveri venivano gettati nel fiume Mapocho, che faceva mostra dello scempio.

Mi chiesi perché i golpisti avessero permesso a noi giornalisti di documentare la barbara epurazione che stavano praticando, dandoci accesso allo Stadio Nazionale. L’unica ragione era l’intento di spettacolarizzare i loro metodi, forse per orgoglio malato, forse come monito per il futuro. Noi giornalisti fungemmo da involontaria cassa di risonanza.

Alcuni cileni perseguitati riuscirono a scappare anche grazie all’appoggio dell’ambasciata italiana di Buenos Aires. L’Italia accolse molti profughi. Io stesso ne ospitai un paio a casa mia.

Ecco, questi sono solo alcun flash di quello che mi ritrovai ad affrontare, a descrivere, a narrare. Fu un periodo molto toccante ma anche molto importante per me, come persona e come giornalista.

L’anno dopo, in Argentina, morì Peròn. L’Alianza Anticomunista diede inizio alla repressione di ogni ideologia non allineata con il nuovo regime. Soprattutto tra il ’76 ed il ’79, il cosiddetto Processo di Riorganizzazione Nazionale portò ad inenarrabili violazioni dei diritti civili ed umani. Furono più di 30.000 i desaparecidos. Fosti testimone diretto anche in quel frangente. Eri passato, ormai, al giornalismo televisivo, se non erro.

Sì, dal 1976 ero inviato del Tg2. In Argentina fui testimone di un fenomeno ben diverso da quello cileno: nessun sensazionalismo, nessuna esibizione della violenza. Buenos Aires sembrava una città assolutamente tranquilla, tanto che due tra i maggiori quotidiani democratici internazionali, Le Monde e il Washington Post, scrissero che si era finalmente tornati all’ordine. La parola “ordine”, però, era quanto di più lontano si potesse immaginare rispetto a quel che stava accadendo. Era col favore della notte che venivano perpetrati gli omicidi, venivano praticate le torture, venivano prelevati i dissidenti e portati in luoghi segreti dai quali non sarebbero più usciti. Avveniva tutto di nascosto e questo fece sì che la reazione internazionale tardasse. Si lasciò facilmente luce verde al massacro. Chiunque avesse idee libertarie veniva catturato, torturato, ucciso. E non parlo solo di chi si era armato contro il regime, ma anche degli inermi. La cosa più disumana era la cattura di donne incinte, tenute in vita fino al parto e poi brutalmente uccise. I bambini venivano affidati, come bottino di guerra, agli ufficiali del regime, magari gli stessi che avevano trucidato le loro madri. E’ accaduto a centinaia di bambini.

Alcuni sono stati anche ritrovati

Sì, storie toccanti di nipoti che hanno ritrovato le titaniche nonne di Piazza di Maggio.

Cosa ti ha insegnato il tuo lavoro?

Quanto sia importante restare fedeli alla correttezza, all’onestà intellettuale, al rigore, che non può mai mancare, tra il fatto e la notizia, evitando sensazionalismi ed eccesso di protagonismo, impegnandosi a non ignorare o sottovalutare i dati della realtà. Il giornalista vive e si muove nella realtà e dalla realtà attinge i fatti da comunicare. Il giornalismo ha bisogno di non cedere all’effimero, ai finti valori; e, soprattutto, ha bisogno di dire la verità anche quando è scomoda, con coraggio.

“Quinto Potere” di Lumet è un film agghiacciante sull’industria della notizia. Licenziato perché ha un basso indice di ascolto, un giornalista preannuncia il suo suicidio; tuttavia, invece di suicidarsi utilizza lo spazio televisivo per sue invettive contro il sistema. L’indice di ascolto risale. Quei discorsi, però, stancano presto il volubile pubblico della rete e si torna ad un indice basso, per rialzare il quale, con crudele cinismo, la rete decide di farlo morire davvero, assoldando un killer che lo uccide in diretta. Pur fuori dall’invenzione cinematografica, esiste un’industria della notizia che costringe a compromessi?

I compromessi fanno parte della vita, ma l’etica del giornalismo vero impone di fuggire da essi. Il giornalista è una voce imparziale, che narra e interpreta i fatti. Dal giornalismo nasce la storia. Come dicevo poc’anzi, bisogna evitare il sensazionalismo che, purtroppo, si impadronisce, a volte, di carta stampata e televisione. Il film di Lumet denuncia, attraverso l’iperbole scenica, un sistema non frequente ma esistente, soprattutto nei Paesi anglosassoni, dove è sempre latente la spettacolarizzazione della notizia. La scuola giornalistica cui appartengo io è diversa.

Nei primi anni della radio e della televisione, la Rai fu affidata alla guida di Ettore Bernabei, democristiano vicino ad Amintore Fanfani. Furono anni d’oro. Bernabei rinnovò l’azienda, tenendo conto dell’indirizzo politico, sì, ma soprattutto valutando i candidati in base alla bravura, alla preparazione culturale. Aveva un sistema infallibile: poneva al suo più diretto collaboratore una domanda essenziale che, nell’estrema sintesi del suo bel dialetto toscano, suonava così: “Gli è bischero, o un gli è bischero?”. In Rai entrava solo personale altamente qualificato. Nessun bischero. Quando entrai al Giornale Radio, ricordo di essermi sentito intimidito dall’altissimo livello professionale dei colleghi. Ognuno di noi veniva costantemente incoraggiato al perfezionamento di tecniche, tempi e, soprattutto, linguaggio. Laureato in Lettere e serio estimatore della lingua italiana, Bernabei, infatti, riteneva che la radio e la televisione dovessero essere un veicolo di stile nel progetto di unificazione linguistica del Paese. I viceredattori, i capiredattori di allora si impegnavano molto nel controllo linguistico.

Secondo te è ancora alta la soglia di attenzione per la lingua italiana, oggi che l’industria della notizia è approdata nel web?

Il mondo del web, sotto il profilo generazionale, mi appartiene marginalmente. E’ sicuramente rivoluzionario e, inoltre, offre voce ai molti giovani talenti che le redazioni tradizionali, per motivi di spazi e budget limitati, non potrebbero prendere in considerazione. Tuttavia, è anche un universo affidato al caos del pari a quello fisico, dove il primo che si sveglia con un’idea malsana, una critica infondata, una cattiveria gratuita in tasca, si improvvisa giornalista o, meglio, “opinionista-tuttologo” in blog non accreditati o nei social network. La lingua italiana, poi, sembra ormai in disuso. Siamo passati da un processo di alfabetizzazione attraverso il giornalismo e i programmi televisivi, all’analfabetizzazione, ormai tristemente orfani di congiuntivi e vocaboli appropriati. L’assenza di un corretto background culturale, infine, rende spesso i fatti, quand’anche espressi in modo corretto, privi di sostegno.

A proposito di notizie prive di sostegno, oggi si parla molto di fake news. Qual è il rapporto tra il giornalista e la fonte della notizia?

Un rapporto sacro. Fa parte della serietà di questo lavoro. E’ sacro il rapporto con la fonte, ma è altrettanto sacra la verifica della fonte. Le fake news di oggi, che il web contribuisce a spargere come semi di gramigna nell’universo dell’informazione, vanno persino al di là del rapporto con la fonte: sono pure invenzioni strumentalizzate da gruppi politici. Il giornalismo non ha nulla a che fare con questo becero sistema di costruire fatti per elevare qualcuno o far cadere qualcun altro. Il vero problema è internet: uno strumento meraviglioso, se usato con cognizione di causa e con serietà intellettuale. Purtroppo, a volte non è così. Il web, attraverso i social e i blog, sta dando voce a tante persone che forse, come detto, trarrebbero giovamento dal silenzio.

Hai sempre camminato con il naso tra le pagine di qualcosa: un libro, un giornale, una rivista. Silvia, tua moglie, temeva che, prima o poi, avresti urtato un lampione. E’ ancora così?

Data l’età, presto sicuramente molta più attenzione alla strada, ma, sì, leggo sempre, leggo moltissimo: leggere è un “vizio” che mi permetto il lusso di continuare a coltivare con grande piacere. Con altrettanto piacere e interesse seguo i bravi colleghi della TV. Sono stato “dentro la notizia” per così tanto tempo, del resto, da non poter smettere.

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