Intervista a Pietro Orlandi: trent’anni alla ricerca della verità

P.ORLANDIQuella di Emanuela Orlandi è una storia tristemente nota a tutti e rappresenta uno dei più grandi enigmi della storia italiana.

Era il 22 giugno del 1983 quando la quindicenne usciva di casa per andare ad una lezione di musica. Dopo essere uscita dalla scuola, però, di lei non si sono avute più tracce e, da allora, i suoi familiari non hanno mai smesso di cercare lei e la verità che si nasconde dietro questa drammatica vicenda.

Tante sono state le ipotesi e le piste seguite dagli inquirenti, alcune sostenute da indizi, altre inficiate da falsi collaboratori e personaggi in cerca di notorietà, ma l’inchiesta è sempre andata avanti, almeno così è stato fino al 5 maggio scorso quando è arrivato il colpo di scena, la richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma.

Pietro Orlandi, fratello di Emanuela che da anni si batte per la verità, ci ha raccontato che cosa è accaduto e come ha reagito la sua famiglia.

Dopo trentadue anni di ricerche e indagini su cosa fosse realmente accaduto a sua sorella, la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulla sparizione di Emanuela.

Un atto inaspettato, che ha stupito tutti. Come avete reagito voi familiari? Ve lo aspettavate?

Noi sapevamo che al termine delle indagini due erano le strade percorribili: il rinvio a giudizio degli indagati (legati tutti in vario modo agli esponenti della banda della Magliana n.d.r.) o, appunto, l’archiviazione. Ovviamente la nostra speranza era che si proseguisse per far luce sulla vicenda. La richiesta di archiviazione è stata motivata con l’impossibilità si svolgere ulteriori indagini dato il tempo trascorso, ma ciò che più di tutto ci ha colpiti è stato il modo in cui si è arrivati a questa conclusione dopo trentadue anni. Il Procuratore Giuseppe Pignatone, che ha firmato la richiesta di archiviazione, ha avocato a sé l’inchiesta sulla scomparsa di mia sorella solo nel 2012, ad occuparsi delle indagini negli ultimi dieci anni c’è stato il Procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo che si è, invece, dichiarato contrario all’archiviazione e per tale motivo è stato estromesso dall’inchiesta. Questo ci ha fatto sorgere molti dubbi, perché se proprio chi ha condotto le indagini per anni, ascoltando testimoni e interrogando gli indagati si discosta dalla decisione di archiviare il caso, allora significa che c’è qualcosa che non va e che bisogna continuare ad indagare.

Il Procuratore Pignatone si è basato solo sugli interrogatori, ha omesso di ascoltare un indagato ed abbiamo l’impressione che questa richiesta sia stata fatta per chiudere tutto e mettere fine a questa storia, ma ci sono ancora molti aspetti da approfondire e dubbi da sciogliere.

Nella stessa richiesta di archiviazione c’è una forte contraddizione poiché se da una parte si legge che “All’esito delle complesse e approfondite indagini condotte… non sono emersi elementi idonei a richiedere il rinvio a giudizio di alcuno degli indagati”, dall’altra si dice anche che vi sono elementi indiziari che fanno pensare ad un coinvolgimento della banda della Magliana e questa è, secondo noi, un’affermazione molto grave che ci fa pensare che abbiamo ragione a ritenere che gli elementi per risolvere il caso ci sono, ma forse manca la volontà. 02BIS

Non dico che le persone indagate siano colpevoli, ma gli elementi e gli indizi raccolti vanno esaminati con attenzione e poi, se è il caso, scartati. Così, invece, si andrà avanti fra mille ipotesi, senza alcuna prova concreta e la storia diventerà sempre più caotica.

Andare a processo sarebbe stato chiarificatore, così, invece, restano solo dubbi.

Cosa pensa di quanto dichiarato da colui che è stato definito il “super testimone”, il fotografo Marco Accetti il quale ha affermato di aver collaborato al rapimento?

A proposito di prove concrete, lui ha fatto ritrovare il flauto che sarebbe appartenuto ad Emanuela e scomparso con lei trentadue anni fa.

Non credo al suo movente (indurre Alì Agca, autore dell’attenta al Papa di due anni prima, a ritrattare le sue accuse di complicità nell’attentato ai Paesi del blocco comunista e indurre la Santa Sede a non opporsi alla richiesta di grazia per il turco n.d.r.). È stato definito un mitomane, ha dichiarato di aver partecipato al rapimento e di essere uno dei telefonisti del sequestro, ma tanti particolari sono approfonditi, dettagliati.

Per quanto riguarda il DNA sul flauto non è stato possibile stabilire se apparteneva o meno ad Emanuela perché era stato conservato male. A noi, però, sembrava il suo, se ci avesse consegnato un falso avrebbe dovuto cancellare la matricola perché, per quanto ne sapeva lui, noi potevamo avere il numero di matricola e avremmo potuto verificare subito se era davvero il flauto di Emanuela. Purtroppo noi quella matricola non ce l’avevamo.

Insomma un altro elemento su cui è rimasto un dubbio.

Su tutto sono rimasti dubbi, anche sulla richiesta di archiviazione che secondo noi non è genuina. Hanno pensato “meglio archiviare” perché a tanti interessa chiudere la vicenda.

Io sono convinto che la verità la conoscono, in Vaticano, in Italia, e sono coinvolte persone che ricoprono un ruolo alto. Ciò porta ad avere dubbi, altrimenti non sarebbero passati trentadue anni.

Anche l’opinione pubblica la pensa in questo modo, la gente ha capito che c’è qualcosa che non va e, allora, perché alimentare i dubbi con un atteggiamento non collaborativo?

Tra coloro che ricoprono ruoli importanti c’è sicuramente il Papa a cui voi vi siete sempre rivolti in tutti questi anni, ma senza alcun risultato. Dopo l’elezione di Papa Francesco, però, sembrava si fosse aperto finalmente uno spiraglio.

Ho parlato con Papa Francesco nella sua qualità di Capo di Stato e le sue parole sono state “Lei è in cielo” al che io gli ho risposto “Non ci sono prove” e lui mi ha ripetuto “Lei è in cielo”.

Io credo che ognuno debba prendersi le sue responsabilità, io ho fatto molte richieste, ma dopo i primi momenti di speranza si è alzato un muro.

Dopo Papa Benedetto XVI, che ha avuto un atteggiamento di chiusura totale, speravamo in un chiarimento e invece non è cambiato nulla purtroppo.

Questo Papa lo hanno chiamato il Papa rivoluzionario, ma secondo me in un mondo di menzogna dire la verità è essere rivoluzionari.

Lei e la sua famiglia in questi anni vi siete rivolti non solo alle Istituzioni, ma anche e soprattutto alla gente comune, che vi ha sempre sostenuto nella vostra battaglia aderendo alle petizioni ed alle manifestazioni organizzate per ricordare Emanuela.

Dopo la richiesta del Procuratore Pignatone, oltre all’opposizione all’archiviazione presentata dal vostro legale, Lei ha scritto una lettera al Presidente Mattarella in cui spiega i motivi per cui vi opponete alla chiusura definitiva dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela ed ha lanciato una petizione a sostegno della vostra richiesta di proseguire con le indagini.

Sì, questa non è la prima volta che ci rivolgiamo alle Istituzioni. La prima petizione che abbiamo fatto era rivolta a Papa Benedetto XVI che non ci ha mai dato alcuna risposta, la seconda era per la Segreteria di Stato, raccogliemmo 156.000 firme, ma anche quella volta niente.

Ora ho deciso di scrivere questa lettera al Presidente Mattarella non perché si occupa delle indagini, ma affinché, nella sua qualità di Capo di Stato e di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, controlli il corretto esercizio della giustizia.

Con quest’ultima petizione, alla quale si può aderire andando sul sito www.emanuelaorlandi.it, abbiamo già raccolto più di 40.000 firme e speriamo che serva a qualcosa.

Molti pensano che ormai non ci siano più possibilità di ritrovare Emanuela viva. Lei cosa pensa?

Finché non ci sono prove io la cerco viva. L’altra sera quando durante la trasmissione Chi l’ha Visto? è stato mostrato per la prima volta un video in cui si vede Emanuela (è il video in cui Emanuela è ospite in una trasmissione televisiva con la sua classe n.d.r.), vederla viva dopo tanti anni mi ha fatto commuovere, per questo dico che finché non abbiamo prove io continuo a cercarla viva. La scomparsa di una persona non si può archiviare e noi non ci fermeremo nella nostra ricerca della verità.

logo_patrocinioDomenica 14 giugno si svolgerà a Roma la marcia da Lei organizzata per ricordare tutte le persone scomparse. Il corteo partirà alle 9,30 da piazza d’Aracoeli, ai piedi del Campidoglio per poi dirigersi da lì verso Piazza S. Pietro per assistere all’Angelus del Papa.

È la prima volta che la marcia non è solo in memoria di Emanuela, ma per tutti gli scomparsi. Come mai questa decisione?

Negli anni mi sono reso conto di quante persone sono nella nostra situazione. Il dolore è lo stesso, ma loro non hanno voce, vivono delle vite sospese, come è accaduto a noi nei primi giorni dopo la scomparsa. Intorno a questa vicenda si è creata una rete di solidarietà, Emanuela è diventata un simbolo di tutti gli scomparsi ed allora vorrei che diventasse anche la loro voce. Quest’anno la marcia sarà per tutti loro e per le loro famiglie.

C’è sempre una grande partecipazione ai cortei organizzati per ricordare Emanuela e per chiedere giustizia. Come se lo spiega?

È vero, c’è un grande affetto da parte della gente e tanta solidarietà e la cosa ogni volta mi commuove perché non te lo aspetti, ma in realtà la scomparsa di una persona è una cosa che riguarda tutti. Sembra un fatto normale, soprattutto quando riguarda dei bambini, ma non lo è. Spesso si tratta di minori di cui non si sa nulla, sono tantissimi nel mondo eppure è un problema che non viene affrontato. Dietro il traffico di minori ci sono la prostituzione minorile, la pedofilia, il traffico di organi. Tempo fa ho sentito che in Cina era stato trovato un magazzino con novanta bambini pronti ad essere imbarcati per essere portati chissà dove, ma non se ne è più parlato. Chissà che fine hanno fatto quei bambini.

Il fatto è che ci si abitua, si accetta passivamente e poi si ritorna alla vita di tutti i giorni, ma se questo può valere per i semplici cittadini, non deve accadere anche per le Istituzioni.

Qual è il messaggio che volete dare con questa manifestazione?

Noi chiediamo di non rassegnarsi alla ricerca della verità e abbiamo organizzato questa marcia sperando che possa servire a smuovere le coscienze.

La partecipazione negli anni passati di persone provenienti sia dal nord che dal sud Italia è stato un bel segnale che mi ha sorpreso positivamente. La solidarietà della gente è ciò che mi permette di andare avanti. Ho partecipato ad alcuni degli incontri organizzati da Don Ciotti e nell’ultimo a cui sono stato, a Genova, ho avuto la possibilità di parlare con tantissimi familiari di persone scomparse e molti, come noi, aspettano da anni che sia fatta giustizia.

La gente sta diventando molto sensibile a questo problema, e io negli anni ho sentito aumentare il senso di giustizia da trasmettere.

Non tutti, però, vi hanno manifestato solidarietà. Ci sono alcune critiche nei suoi confronti

Alcune persone, dei giornalisti, pochi devo dire, passano la loro vita a criticare quello che faccio. C’è chi si è permesso di dire che in questi trentadue anni anziché cercare mia sorella sono andato in giro a divertirmi e questo solo perché hanno trovato alcune mie foto personali in cui ero in vacanza o “addirittura” ridevo. Questa sarebbe la prova che non mi importa di Emanuela e non soffro per la sua scomparsa.

Io ho passato gli ultimi trentadue anni a cercare mia sorella, ma come credo sia normale per tutte le persone, mi sono fatto anch’io una famiglia e ho dei figli da proteggere e a cui devo dare dei momenti di serenità. Se mi fossi concentrato solo sul dolore per la scomparsa di Emanuela sarei impazzito.

Io evito di ascoltarle queste voci, ma mi dà fastidio quando infangano il nome di Emanuela e della mia famiglia. Alcuni hanno addirittura detto che nel video mostrato a Chi l’ha Visto? Emanuela era vispa e non sembrava poi tanto quella brava ragazza che la sua famiglia voleva dipingere. Queste sono solo cattiverie gratuite che a noi fanno male.

Pietro Orlandi parla col cuore e nella sua voce si sentono il suo dolore, ma anche, e soprattutto, la sua forza e la voglia di non arrendersi. In questi anni, anche grazie a lui, Emanuela è diventata la sorella di tutti e la richiesta di giustizia della famiglia Orlandi, e di tutte le famiglie degli scomparsi, è, e deve essere, la richiesta di tutti perché la scomparsa di una persona è la scomparsa di uno di noi ed il silenzio con il quale si cerca di nascondere la verità è un’ingiustizia che non si può archiviare.

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