Il ministro Tria cestina il contratto Di Maio-Salvini

Il ministro dell’economia Giovanni Tria è stato ieri ascoltato congiuntamente dalla commissioni Bilancio della Camera e del Senato sulle linee essenziali della politica del nuovo governo M5S-Lega e del documento finanziario 2019-2021 che, dopo la pausa estiva, sarà proposto alle Camere.

I contenuti della relazione del ministro sono sorprendenti, per chi ha ancora nelle orecchie le magnificenze introdotte nel “contratto di governo” sottoscritto dai leader dei due partiti di maggioranza per installarsi a Palazzo Chigi: 1) i conti attuali dell’esercizio 2018 non sono a rischio e, pertanto, non si avrà una manovra correttiva; 2) per il 2019 proseguirà il decremento del deficit annuale di bilancio rispetto al PIL anche se il governo è intenzionato a richiedere nuovamente un margine di flessibilità alla UE; 3) ci sarà un ridimensionamento della parte corrente della spesa pubblica (spesa sociale) a favore della quota investimenti (opere pubbliche); 4) la maggior difficoltà che si presenta per la redazione del DEF 2019 è quello di evitare il previsto aumento dell’IVA.

Infine, il ministro ha clamorosamente smentito il leader della Lega Matteo Salvini, che aveva più volte tuonato alle folle che l’Italia stava attraversando la crisi più tremenda del dopoguerra, per colpa dei governi tecnici e di centrosinistra; Tria, infatti, ha affermato che, tutto sommato, la situazione finanziaria e dell’economia italiana sta vivendo un momento favorevole, pur se inferiore di un punto di PIL alla media europea.

Il costo del contratto di governo Di Maio-Salvini ammonterebbe a 108-125 miliardi

Ciò che più conta è che il ministro, con il suo discorso, ripreso anche dalle reti televisive, ha definitivamente “cestinato” il contratto di governo Di Maio-Salvini e, a leggere fra le righe, ha fatto un elogio, nemmeno tano velato, alle politiche del suo predecessore Pier Carlo Padoan, ministro dei tanto vituperati governi PD Renzi e Gentiloni. Vediamo perché.

I costi totali del contratto di governo, secondo l’ Osservatorio dei conti pubblici, diretto da Carlo Cottarelli (Fatto Quotidiano, 18 maggio 2018) ammonterebbero a una cifra che va da 108 a 125 miliardi, di cui: 50 mld. per la Flat tax; 17 mil.di per il reddito e le pensioni di cittadinanza; 12,5 mil.di per la sterilizzazione dell’aumento IVA; 6 mil.di per l’eliminazione delle accise sulla benzina; 8,1 mil.di per la riforma delle pensioni; 17 mil.di per le politiche della famiglia e solo 6 miliardi di investimenti. La copertura, in mancanza di una manovra correttiva 2018 ammonterebbe a soli 550 milioni.

E’ evidente che, anche rimandando l’attuazione del contratto a tutto al 2019 e agli esercizi successivi – cosa che Salvini e Di Maio hanno già dichiarato per quanto riguarda Flat Tax, reddito di cittadinanza e l’eliminazione delle accise sulla benzina – tali costi sono assolutamente insostenibili per rimanere nei “paletti” fissati da Tria.

In primis, perché il ministro ha dichiarato che opererà un ridimensionamento della spesa sociale (parte corrente): quindi, non solo non si varerà il reddito e le pensioni di cittadinanza, la riforma delle pensioni e le politiche di supporto alla famiglia, ma subirà una diminuzione anche la spesa sociale varata dai governi precedenti. In secondo luogo, perché il margine di manovra sinora posto in essere grazie alle politiche del deficit di bilancio si restringerà ancor più, indipendentemente dalla “flessibilità” che l’Europa vorrà accordarci.

Quali sono i margini della manovra finanziaria 2019, al lordo della “flessibilità” UE

Esaminiamo meglio la quantificazione del deficit annuale e le sue politiche di decremento operate negli ultimi anni. Nel 2012 (governo Monti) il rapporto percentuale deficit/PIL era del 3%. Nel triennio 2015-2017 (governo Renzi) tale rapporto era sceso, rispettivamente dal 2,7% al 2,2-2,3%. Nel presente anno (manovra licenziata dal governo Gentiloni-Padoan) si dovrebbe attestare intorno al 2,1%. Ciò significa che il margine consentito per finanziare la manovra di governo nel 2018 si attesta intorno ai 36 miliardi di euro.

Per il 2019, la UE vorrebbe una ulteriore riduzione del 0,6% (poco meno di 10 mil.di). Su tale “forbice” Tria è intenzionato a richiedere “flessibilità” alla Commissione europea. Ma, indipendentemente da quanto Tria (o Conte) riesca a strappare alla UE, difficilmente la prossima manovra finanziaria potrà superare i 30 miliardi, cioè poco meno del 20% delle promesse contenute nel contratto Di Maio-Salvini.

A tali condizioni, il ministro dell’economia proverà ad evitare l’aumento dell’IVA (12,5 miliardi) ma ciò era anche nelle intenzioni del suo predecessore Padoan; per il resto aumenterà la quota investimenti (da 6 a oltre 10 miliardi?) come ha già dichiarato di fare e poco più. Un’operazione che potrebbe comprendere anche il prosieguo dei lavori della TAV, che molti del M5S vedono come il fumo agli occhi. Ma, allora, il contratto del cambiamento?

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