Il lockdown ci mostra che senza migranti nei campi l’Italia resta senza cibo

Foto Stefano Cavicchi/LaPresse

Il Lockdown ci smonta le certezze. Periodicamente ci sono momenti, nella nostra storia, in cui gli italiani capiscono che “il re è nudo”. Lo è stato l’8 settembre 1943. Accadde nei momenti più cupi degli anni di piombo (delitto Moro) e in quelli dell’inchiesta “mani pulite”. Il diffondersi dell’epidemia di coronavirus, e il lockdown che ne sta seguendo, è uno di questi. Con il lockdown, le certezze e le convinzioni sulle quali basavamo il nostro modus vivendi si stanno sgretolando come un castello di sabbia di fronte all’alta marea. Soprattutto quelle con le quali volevamo illuderci per acquietare la nostra coscienza. O le “leggende metropolitane”.

Una di queste era la favola che l’Italia fosse diventata terra di immigrazione per uno strana congiura finalizzata all’impoverimento e alla sottomissione degli italiani. Strettamente collegata a ciò, la leggenda che i migranti tolgono il lavoro ai nostri connazionali. Il lockdown ci sta sbattendo in faccia una verità diversa. I migranti ci sono indispensabili perché, senza di loro, nei campi non ci lavora più nessuno. Se nessuno lavora nei campi, l’Italia resta senza cibo e – brutalmente – il tanto sbandierato “mangia italiano” della nostra filiera agro-alimentare va a farsi fottere.

Il lockdown ha costretto i lavoratori stranieri europei a rientrare in Patria

In tutta Italia, il terrore dell’epidemia ha indotto polacchi, bulgari, romeni, slovacchi e albanesi ad abbandonare le nostre campagne e a rientrare in Patria. Contemporaneamente, si prevede che una manodopera stagionale calcolata tra le 270 e le 350mila unità verrà a mancare. Con il rischio che pomodori, zucchine e melanzane, ciliegie, arance e pesche, lasciate in terra e sugli alberi, possano ben presto marcire.

I primi ad accorgersi del disastro prossimo venturo sono proprio i nostri coltivatori. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, teme la perdita del 35% secco di tutta la produzione agricola. «E questo peserà poi soprattutto su chi è più povero» prosegue Prandini.

Le province più colpite, secondo Coldiretti, saranno Bolzano e Trento per fragole, mele e uva. Verona per gli asparagi; Cuneo per le pesche, kiwi e susine. Latina coi suoi ortaggi in serra; Foggia coi pomodori, i broccoli e i cavoli. Solo in queste sei province lavorava quasi un terzo degli stagionali svaniti. Nel Trentino, soprattutto, mancherà il 75% della forza lavoro, cioè 12 mila braccianti, in gran parte romeni.

Grazie al lockdown, gli irregolari potrebbero essere immessi nei campi

Ecco che, come l’Araba Fenice, sono riapparsi invece tutti quei migranti cosiddetti “invisibili” perché irregolari. Sì, proprio quei poveracci che noi chiamavamo “clandestini”. Quelli che, secondo alcuni, avrebbero minacciato la penisola italica, in quanto “avamposto della civiltà occidentale”. Ora che il Covid-19 ha desertificato terreni e serre dai braccianti stagionali europei, sono diventati una riserva di lavoro preziosa per le nostre campagne.

Giovedì scorso, nella sua informativa alle Camere la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, ne ha data una descrizione ben precisa. Gli irregolari in Italia, ha riferito: «sono circa 600 mila e vivono in insediamenti informali, sottopagati e sfruttati spesso in modo inumano. Ritengo fondamentale – ha proseguito la ministra – nella fase emergenziale, regolarizzare gli extracomunitari che ricevano offerte di lavoro… O è lo Stato a farsi carico della vita di queste persone o sarà la criminalità a sfruttarla».

Il Mipaaf ha pronta una bozza di decreto di regolarizzazione

Per questo, è in elaborazione al Mipaaf un disegno di legge in materia che presto diventerà un decreto. In esso si prevede che chi voglia mettere sotto contratto di lavoro subordinato nel settore agroalimentare «cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale in condizioni di irregolarità» può presentare istanza allo sportello unico per l’immigrazione. Il contratto «non superiore a un anno» consentirà il rilascio di un permesso di soggiorno, che può essere rinnovato tramite nuovi rapporti di lavoro.

Insomma, il lockdown ha rovesciato un’altra situazione. Stavolta siamo noi a rischiare di affogare e a chiedere ai “clandestini” di lanciarci un salvagente. Chiaramente, qualcuno ancora non si capacita dell’estrema gravità della situazione economica indotta dal Covid-19 in Italia. Ci sono ancora voci che chiedono che si faccia qualcosa per gli italiani. Come se qualcuno impedisca agli italiani di mettersi a fare i braccianti agricoli per dodici ore al giorno sotto il sole, a raccogliere pomodori, insalata e zucchine. Invece di andare in vacanza alle Maldive, alle Canarie o a Sharm el-Sheikh.

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