I Presidenti della R. P. Cinese e del Taiwan faccia a faccia per la prima volta dopo settant’anni

TaiwanLo scorso 7 novembre, a Singapore, si è svolto il primo faccia a faccia tra un leader della Repubblica Popolare Cinese e uno della Repubblica di Cina, nome ufficiale di Taiwan, la piccola isola indipendente di fronte alla costa del colosso asiatico.

L’ultimo incontro tra i massimi dirigenti delle due parti era avvenuto nel lontano 1945 a Chongqing, allora capitale della Cina appena liberata dall’occupazione giapponese ed ebbe come protagonisti il leader comunista Mao Zedong e quello nazionalista Chiang Kai-shek. Da allora è passato così tanto tempo che l’opinione pubblica mondiale – probabilmente – non sa o non ricorda nemmeno quale sia la materia del contendere.

Tutto cominciò, infatti, addirittura novant’anni fa, nel 1925, quando morì Sun Yat-sen, fondatore e primo presidente della Repubblica cinese, nonché capo del partito nazionalista (Guomindang).
Al leader scomparso successe il generale Chiang Kai-shek che, in un primo tempo, eliminò la componente comunista dall’esercito (1926) e, successivamente, costrinse le forze comuniste alla clandestinità (1927) dando così inizio alla guerra civile.

Nel frattempo, il Giappone aveva proceduto ad invadere militarmente la Cina, costituendo, prima, uno stato fantoccio nella Manciuria (1931) e poi proseguendo nell’occupazione del paese. Secondo taluni, fu questo l’inizio “di fatto” della Seconda Guerra Mondiale, in quanto il conflitto tra Cina e Giappone proseguì – sostanzialmente ininterrotto – fino alla disfatta definitiva del paese del Sol Levante.

In soccorso della Cina, intervennero le potenze alleate (USA, Gran Bretagna e, negli ultimi giorni di guerra, anche l’Unione Sovietica) che, con la firma dello Statuto delle Nazioni Unite, ammisero la Repubblica di Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Non appena la Guerra mondiale ebbe fine, i nazionalisti del Guomindang, guidati da Chiang Kai-shek e i comunisti di Mao Zedong che, durante il conflitto cino-giapponese, avevano stretto un patto di non belligeranza reciproca, ripresero a combattersi in una nuova guerra civile.
Nel 1949, Chiang Kai-shek e il suo esercito sconfitto, fu costretto a rifugiarsi nell’isola di Taiwan, con tutto il suo governo e il seggio di membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Nel frattempo, Mao aveva proclamato la Repubblica Popolare Cinese e iniziato a rivendicare il seggio all’ONU come unico governo legittimo di tutta la Cina (compresa Taiwan, bollata come “provincia ribelle”).
Nel 1971, il leader comunista vinse anche questa battaglia: Taiwan fu espulsa dall’ONU e il seggio cinese, sia nell’assemblea che – soprattutto – al Consiglio di Sicurezza, fu attribuito alla Repubblica Popolare. Chiang Kai-shek continuò a proclamarsi a sua volta unico governo legittimo di tutto lo sterminato paese e a rivendicare quanto gli era stato tolto al Palazzo di vetro di New York, sino alla sua morte, nel 1975.

L’anno dopo scomparve anche il suo avversario Mao Zedong. Le due posizioni, peraltro, rimasero inconciliabile e i due governi continuarono a non avere rapporti sino a ieri.
Taiwan, tuttavia, ha rinunciato sin dal 1991 a dichiararsi rappresentante di tutto il sub-continente cinese e, dal 1996, ha un sistema politico democratico, dove il Guomindang si alterna al potere con il Partito Democratico Progressista (Dpp).

La Cina popolare, al contrario, ha sempre bloccato i tentativi di (ri)ammissione di Taiwan tra gli Stati membri dell’ONU, sia nel 1998 che nel 2000 e, nel 2005 si è data una legge che la obbliga a intervenire militarmente in caso l’isola prenda misure decisive per avvicinarsi “all’indipendenza” (considerandola sempre una “provincia ribelle”).
A causa di tutto ciò, l’incontro di Singapore rappresenta un evento straordinario, per il mondo asiatico e per tutta la comunità internazionale. Il presidente cinese Xi Jinping, tuttavia, non è sembrato tanto voglioso di cambiar politica, salutando il suo collega di Taipei con le parole: “Nessuna forza ci può separare, siamo una sola famiglia”, esprimendo ancora una volta – tra le righe – il concetto dell’esistenza di “una sola Cina”. Il leader taiwanese, Ma Ying-jeou, a sua volta, avrebbe controbattuto affermando che “entrambe le parti devono rispettare i valori e il modo di vivere dell’altro” cioè, in sostanza: “anche se dialoghiamo, siamo due entità differenti e non una sola”.
Ma, come diceva Confucio “Un grande viaggio comincia con dei piccoli passi”.

di Federico Bardanzellu

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