I futuri governi di Italia e Germania. Analogie e differenze di due difficili gestazioni

Camera dei deputatiCon la presentazione delle liste dei candidati di ciascun partito la campagna elettorale italiana è entrata in una fase più viva e, si spera, anche più interessante. Una parte dei candidati è rappresentata da politici di professione, un’altra da persone nuove alla politica provenienti dalla società civile. Ora dovranno spiegare nel dettaglio i loro programmi e convincere gli elettori che sono i migliori, che le loro proposte si tradurranno in cambiamenti positivi per la gente e la società. La posta in gioco per partiti, per le liste risultanti da unioni di partiti e per i singoli candidati sono i 630 seggi parlamentari della Camera e i 315 del Senato.
Non esistono leggi perfette. Ciò vale in modo particolare per le leggi elettorali. Esse sono  dispositivi ingegneristici, meri meccanismi di trasformazione dei voti in seggi parlamentari. Lo scopo ultimo delle leggi elettorali è quello di garantire la governabilità. La legge elettorale tedesca ha meccanismi tali da produrre un numero variabile di deputati, da un minimo di 598 a un massimo imprecisato che potrebbe sfiorare le 800 unità. Le ultime elezioni del 24 settembre scorso hanno portato in parlamento (il Bundestag, ndr) 709 deputati, il numero più alto della storia, dai quali tuttavia non è ancora nata una maggioranza di governo.
Nessuna legge da sola può assicurare la governabilità se la società è rappresentata da un sistema di partiti fortemente frammentato. In tal caso infatti nessun partito può ambire a governare da solo e necessariamente dovrà fare accordi con altre forze politiche (prima o dopo le elezioni) per formare coalizioni che riescano ad avere in parlamento la maggioranza dei seggi. E’ quello che sta succedendo in Germania ed è ciò che, probabilmente, succederà anche in Italia.
Il sistema di assegnazione dei seggi previsto dalla legge Rosato (il lettore non ce ne voglia se chiamiamo la legge col suo vero nome) è misto per entrambe le camere e ha luogo per il 37% dei seggi con formula maggioritaria e per il 61% con formula proporzionale. Il rimanente 2% dei seggi viene assegnato, anche con formula proporzionale, attraverso il voto degli italiani all’estero. Con la formula maggioritaria vince il candidato più votato nei collegi uninominali. Con la formula proporzionale i seggi sono distribuiti tra le liste in proporzione ai voti ottenuti e a condizione che le liste (singoli partiti o coalizioni) abbiano superato le soglie di sbarramento. Il ruolo di tali soglie è duplice: da una parte escludere i partiti che non le superano, dall’altra favorire le coalizioni tra partiti. Nella legge Rosato lo sbarramento è al 3% per i singoli partiti e al 10% per le coalizioni. E’ chiaro che ai piccoli partiti conviene coalizzarsi con quelli più grandi. Nelle coalizioni, infine, non vengono calcolati i voti dei partiti che non superano la soglia dell’1%. Questo in estrema sintesi il funzionamento della nuova legge elettorale.
Ma quale sarà la situazione all’indomani del voto del 4 marzo? A un mese di distanza il 30% degli elettori è ancora indeciso e molti non andranno a votare. Tra questi purtroppo moltissimi giovani. Pur pesando in termini di equilibri politici, le astensioni non comporteranno un minor numero di seggi parlamentari. Gli indecisi le loro intenzioni di voto le matureranno soprattutto nell’ultima settimana, il che vuol dire semplicemente una cosa: l’incertezza regnerà fino allo spoglio dei voti. La Sise, Società italiana di studi elettorali, ha effettuato delle simulazioni secondo le quali basterà che una lista ottenga il 39% dei voti per avere più del 50% dei seggi in parlamento. Tutti i sondaggi finora effettuati dicono però che il giorno dopo le elezioni nessuno tra i partiti e le coalizioni in gara avrà la maggioranza.

In questa prospettiva i partiti e le coalizioni “pre-elettorali” dovranno necessariamente accordarsi e mettersi insieme per avere i numeri necessari per far nascere un governo in grado di durare, sperabilmente, per tutta la legislatura. Ci riusciranno? Ciò che è facilmente ipotizzabile è che inizierà una fase di consultazioni e di trattative, un po’ come è accaduto (e sta accadendo) in Germania. La lunga fase di negoziazioni da cui faticosamente sembra stiano uscendo i tedeschi a oltre quattro mesi dalle elezioni rappresenta un esperimento a cui i leader politici italiani dovrebbero guardare con interesse per capire se c’è qualcosa di buono da imparare e se l’esperienza dei vicini può rappresentare un esempio da seguire.

Bundestag Attualmente è in corso un serrato confronto tra Unione (CDU-CSU) e SPD sui contenuti dei loro programmi ed è presumibile che passerà ancora qualche settimana prima che una riedizione della “Grosse Koalition” veda la luce. Se le trattative tra i leader politici avranno successo, l’ultima parola spetterà agli iscritti della SPD (sono circa 450.000) in una votazione la cui data non è ancora stata resa nota. La votazione avverrà per posta e dunque richiederà un’opportuna procedura e tempi aggiuntivi. Il suo esito è tutt’altro che scontato soprattutto dopo che la precedente consultazione, avvenuta il 21 gennaio scorso, ha messo in luce le resistenze della base del partito rappresentata in primis dai giovani socialisti, i cosiddetti “Jusos”. La maggioranza dei tedeschi si augurano, naturalmente, che la grande coalizione veda la luce. In caso contrario infatti bisognerebbe ripetere le elezioni scenario del tutto inedito per la Germania. Le nuove elezioni creerebbero instabilità, parola indigesta al popolo tedesco. Peraltro esse darebbero un’ulteriore opportunità di crescita al partito nazionalista AfD (Alternative für Deutschland) dopo il notevole successo (13% dei consensi) ottenuto il 24 settembre.
Dunque in Germania non è ancora terminato il lungo e complesso ciclo di negoziazioni post-voto. Un ciclo così articolato, dettagliato, complesso che difficilmente potrà essere adottato quale modello di riferimento in Italia. Mentalità e cultura dei due paesi sono troppo diversi. Finora nel Belpaese al posto di dettagliate e credibili proposte politiche sono state fatte solo affermazioni di principio, riguardanti soprattutto l’economia, in gran parte prive dei necessari riscontri relativi alla loro fattibilità e, soprattutto, alle coperture finanziarie. Le promesse sono state accompagnate da un ginepraio di cifre con l’obiettivo di adescare gli elettori, ma senza dargli elementi per capire. E senza riuscire a convincerli. Le differenze delle proposte (sarebbe più corretto chiamarle dichiarazioni di intenti) fin qui rese note sono tali e tante che poche alleanze post-voto appaiono realizzabili.
Se, solo per fare un esempio, consideriamo il diverso atteggiamento rispetto a un tema importante come l’Europa, euro compreso, le differenze sono abissali. Il fatto che forti differenze sussistano anche all’interno delle alleanze pre-elettorali (leggasi Centrodestra) e anche all’interno dello stesso partito (leggasi M5S) autorizza a pensare che all’indomani del voto esse si tramuteranno in scissioni (peraltro già paventate e subito smentite già durante la prima fase della campagna elettorale).
Comunque andranno le cose, l’auspicio è che il nuovo governo non nasca sulla base di accordi approssimativi, fatti sotto banco e destinati a fallire in breve tempo, ma dopo una trattativa seria e rigorosa, più alla “tedesca”. Una trattativa che abbia come oggetto i programmi a fronte dei problemi e delle esigenze del paese e che eviti le facili scorciatoie rappresentate dagli inciuci di un passato neanche troppo lontano.

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