Gucci Cruise 2019: Alessandro Michele e l’idea di morte in quel cimitero della Provenza

Tra i tanti bei posti in Francia, ho scelto Arles. Sono sempre stato un grande ammiratore, e un viaggiatore avido e curioso di quella parte del Sud della Francia, che visito almeno una volta l’anno”. Alessandro Michele, motiva così, la decisione di presentare la Gucci Cruise 2019 ad Arles, grande città della Provenza, gloriosa capitale della Gallia, in età costantiniana.

E al calar della notte, sulla Promenade Des Alyscamps, antica necropoli romana, attorno alla chiesa di Saint Honorat, tra cespugli di nebbia a profusione, strisce di fuoco scoppiettante, e centinaia e centinaia di candele, traccia la funesta passerella per la Resort 2019.

Perché funesta? Perché Alyscamps è un cimitero cristiano, luogo di sepoltura di santi e vescovi, tra i quali il martire San Genesio. Un posto sacro, tanto quanto le catacombe romane, citato anche da Dante nella Divina Commedia, insieme alla necropoli di Pola, e che il visionario direttore creativo di Gucci, affascinato dall’idea della morte, sceglie come scenografia per il suo ultimo show. Un’ambientazione pregna di cultura e storia, evocativa stilisticamente parlando, una scelta fatta non a caso. “Alyscamps è gotico, ha un’anima rock and roll”, ha scritto così, in un post su Instagram, tracciando quell’idea di stile e mood, a cui aggrapparsi forse nella lettura di una collezione che, malgrado tutto, non richiede necessariamente uno schema. Anzi, non deve averlo proprio, lo schema, perché Alessandro Michele per 400 invitati, mette in scena un carosello, il suo, con la libertà di leggerci quello che si vuole.

Romanticismo Gothic

E in un’atmosfera sospesa, tra sacro e profano, 114 uscite, proposte per uomo e per donna, vanno ben oltre le singolari tendenze, e ci immergono a capofitto in un viaggio esperienziale paurosamente scandito dall’ispirazione, ossia quell’idea di morte che affascina tanto il designer, e che attraverso questa linea Cruise 2019, colpisce all’animo con tutte le possibili, e improbabili seduzioni estetiche.

Un ponte tra passato e futuro, con in mezzo una forte celebrazione fashion, ma in chiave contemporanea. Tutto al ritmo di un lento e sinistro soundtrack, composto da un gruppo di tecnici esperti, tra cui l’ingegnere del suono Emre Ramazanoglu, dove la suggestiva Lux Aeterna di György Ligeti, insieme a lenti rintocchi di campane, colpi di tamburo, violini, corvi e uccelli del malaugurio, misticamente fanno da guida alla processione di moda.

Lettering

Sontuosi abiti vittoriani, richiami rock and roll in stile Seventy, riferimenti al punk e al celebre Billy Idol, tweed scozzesi, pattern floreali, tocchi athleisure, allure californiana, velluti ricamati, e stole liturgiche che ricordano quelle dei riti funebri.

Ogni figura, come antitesi della precedente, avanza verso una contemplazione difficile da incasellare, all’insegna di un’anarchia estetica che essenzialmente conquista, e invita alla riflessione sulla morte, e sull’aldilà.  Anche se, una sottile linea di romanticismo pervade la collezione, tra abiti lunghi in pizzo, ampie balze asimmetriche e plissettate, e leggeri patchwork floreali, ma solo per accostarsi a macabri elementi gothic punk, e uscirne plasmata secondo quella visione a metà tra il celeste e l’infernale. Con le croci dei choker neri al collo, delle spille appuntate su una spalla, delle collane dorate tra le mani di vedove di un altro secolo.

Richiami Seventy

Tutto ciò che è collegato all’aldilà è accompagnato da qualcosa di massima bellezza” ha scritto sempre su Instagram, il folle storyteller di moda; perché oltre alle croci, e agli elementi gotici e religiosi, anche il lettering diventa funesto, e segue la stessa linea dell’ispirazione.

La scritta Chateau Marmont Hollywood, l’hotel di Los Angeles, che da decenni mantiene la sua fama costruita su storie di morti, tradimenti e overdose letali, è stampata sotto un diavolo pifferaio, su felpe color crema, e sul davanti della Jeckie bag; la chambre des squelettes, ovvero la stanza degli scheletri, dettaglia con scritte dorate, la chiusura a strap dei sandali da passeggio; e infine Memento mori, le parole latine ricamate a caratteri giganti su un paio di pantaloni skinny da uomo.

Vedove vittoriane

Una sfilata che sembra un rituale, dove l’andatura in passerella è al rallentatore, flemmatica, tra il lento e calcolato cammino di una processione religiosa, e il vagar senza meta di uno zombie in un film dell’orrore, come se tutti i modelli si trascinassero flagellati, verso un luogo di adorazione, portando in mano oltre ai crocifissi dorati, borse super glam in pelle di struzzo con il logo della Doppia G, e mazzi di glicine bianco e peonie colorate.

E dove infine si fanno anche largo, i copricapi piumati di Frank Olive, hat designer americano che affidava al cappello, tutta la bellezza di una donna, e che Alessandro Michele oltre a velette nere, corone a raggiera e maschere inquietanti, riprende da un vecchio design come prolungamento dei suoi look, forse a sottendere e magari ingannare, quella superstizione riguardo alle piume.

Solo che, dopo una sfilata processione, celebrativa della moda contemporanea, e di quel senso estetico, libero da schemi e tendenze, tra i sepolcri, con la morte come ispirazione e i richiami costanti all’aldilà, non importa sicuramente a nessuno, se alla fine sono le piume, a portar davvero pena.

Chiusura dello show

foto: vogue.com

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