Giuseppe Berto: Il figliol prodigo

Giuseppe BertoTorno a parlare di Giuseppe Berto, con un altro racconto, II Figliol Prodigo, anch’esso profondo ed esilarante, come è nello stile di questo magnifico scrittore.

Leopoldo Tripepi sale sul treno per Cosenza, sua città di origine. E’ l’antivigilia di Natale ed il treno è comprensibilmente sovraffollato.

Lo stile di Berto spesso conduce il lettore a leggere gli eventi attraverso l’animo dei suoi personaggi e l’animo dei suoi personaggi attraverso le loro connotazioni fisiche. Di Tripepi ci dice che ha un volto grassoccio, su cui la barba sembra l’unico elemento vitale, e che porta occhiali spessi dietro i quali si notano due occhi “sfranti”, incorniciati da sopracciglia scese “a dare una concisa immagine della rassegnazione”. E’, dunque, una rinunciataria, remissiva, debole figura, quella di Tripepi, abbracciata da una malinconia endemica e dal senso del fallimento, insorto allo scoccare dei cinquant’anni, quando, facendo i conti con il passato, capisce d’aver commesso un grande errore nel lasciare, da ragazzo, la natia Cosenza.

Egli, infatti, appena conquistato il diploma in seminario, sotto la guida di uno zio prete, era partito alla volta di Roma. Sognava il lavoro edificante della grande città, le sofisticate donne della grande città. Il posto di lavoro era stato conquistato, ma ben al disotto di quello cui, con il suo titolo di studio, avrebbe potuto aspirare; di donne, invece, nemmeno una, tanto che lentamente si era convinto che le donne romane non fossero poi così belle come si diceva e che moralmente valessero davvero poco. Berto gioca spesso con la fallacia celata nelle convinzioni della gente e nel meschino ma molto umano modo di cambiare le carte in tavola, con cui a tutti, prima o poi, capita di fare i conti. C’era una vecchia storiella di quando ero piccola che parlava di un uomo caduto da cavallo, il quale, rialzandosi, diceva d’aver inventato solo un nuovo modo di scendere. Grosso modo è quello che aveva preso ad affermare Tripepi riguardo alle donne di Roma.

In assenza di altri affetti, Cosenza, dunque, inizia ad incarnare un’alma mater, una famiglia, una casa a cui fare ritorno da figliol prodigo. Non ha più nessuno, lì, nemmeno lo zio prete, morto poco prima del suo trasferimento a Roma, ma in qualche modo si convince che qualcuno avrebbe ammazzato il vitello grasso per festeggiare il suo ritorno; forse la città stessa, i bei paesaggi che la circondano, le persone che la abitano, sempre cordiali.

Ecco che il viaggio prende il ritmo dei suoi pensieri, dei suoi umori e timori, dei suoi sentimenti: mano a mano che si avvicina a Cosenza, matura l’idea che lì avrebbe finalmente trovato la giusta dimensione di vita tanto anelata; avrebbe trovato una donna di buona famiglia da sposare e si sarebbe trasferito. In questo tramestio di sentimenti e progetti che agitano il suo cuore, anche un breve ritorno per le festività natalizie diventa, dunque, occasione di allegrezza ed il suo volto, disabituato alla gioia, si apre ad un sorriso.

Il racconto inizia con il suo ingresso sul treno sovraffollato. Quando, però, dalla descrizione del treno si passa alla vita ed ai ricordi di Tripepi, nella narrazione si percepisce un lieve distendersi, un lungo respiro. La vita del protagonista riesce a creare nel racconto uno spazio fisico immaginario ed il lettore viene catturato da un moto di parole simile ad un mare agitato, dove all’onda segue la calma e, poi, una nuova increspatura fino all’onda successiva. E’ così che all’affollamento del treno, al vociare convulso delle persone, ai loro odori, ossia all’onda, segue il senso profondo della nostalgia, il desiderio di rivedere il paese natio, ossia il mare piatto; ciò poco prima che pensieri meno intimisti, come, ad esempio, le considerazioni politiche che il protagonista fa sulla Cassa del Mezzogiorno, per mezzo della quale, con la scusa del sud, si arricchisce il nord, non tornino ad increspare l’acqua del mare narrativo prima dell’onda successiva.

Passata la mezzanotte, il Tripepi deve alzarsi per andare in bagno. Per come è fatto lui, gli dispiace disturbare gli altri nel muoversi, ma non può farne a meno. Quando torna, ovviamente, il cappello che aveva lasciato sul sedile a tenere il posto, era stato scansato da un ragazzo che ora dormiva bellamente dove prima era seduto lui. La reazione del Tripepi è di delicata accettazione: lo guarda con tenerezza, pensando che, per l’età, avrebbe potuto essere suo figlio. Resta tre ore in piedi, dunque, in attesa di cambiare il treno a Paola.

Quando, finalmente, sale sul treno diretto a Cosenza, il moto dei pensieri di Tripepi segue quello del treno: durante la ripida salita si guarda attorno e si sente vicino, nel timore, al silenzio religioso di una donna che si fa per tre volte il segno della croce, pensando, in cuor suo, che il treno non ce la faccia. E lui? Lui ce la farà ad affrontare il ritorno tanto desiderato, ma anche un po’ temuto? Il tempo dei dubbi è finito: il treno ha appena scollinato ed affronta la discesa. Anche Tripepi la affronta: finalmente sta correggendo l’errore del passato che lo portò a Roma, lontano dalla sua terra e corre verso la meta.

All’arrivo, vuole godersi appieno le sensazioni del ritorno: lascia che tutti scendano. Si vuota il treno. Lentamente si vuota anche la stazione. Poco lontano un bar. Entra per mangiare una pasta. Sa di stantio, ma non importa: era la pasta che rappresentava tutte le paste che non si era potuto permettere da ragazzo.

E’ l’unico cliente finché non entrano due facchini che chiedono un’acquavite. Il proprietario del bar non li serve se non mostrano di poter pagare. Inizia un alterco. Tripepi è troppo felice del suo ritorno per sopportare che quei suoi due concittadini non possano bere l’acquavite. Sta per dir loro che avrebbe offerto lui, quando l’alterco degenera ed i due minacciano il proprietario del bar di servirsi altrove e di cacciare a calci tutti i suoi clienti. Orbene, dal momento che Tripepi era l’unico cliente, prima che potesse esternare il suo anelito fraterno, evidentemente malriposto, viene preso a calci e messo alla porta proprio da coloro ai quali stava per offrire l’acquavite.

Ed ecco Berto che firma, in modo eccelso, una chiusura quasi cinematografica, bellissima, perfetta nella sua essenzialità. Come in un fermo-immagine il racconto si blocca per lasciare spazio ad una sola frase, una frase che rappresenta l’epilogo, ma anche la morale: “Il primo treno per Roma partiva alle 7.22”.

di Raffaella Bonsignori

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