Giorgio Perlasca – Un eroe Italiano

Gli eventi che riguardano quest’uomo si svolsero in Ungheria, a Budapest, tra il 1942 ed il 1945.

L’Ungheria è un paese con un passato glorioso e sofferto.

Da sempre terra di confine. Il Danubio, che la attraversa, segnava il confine tra buoni e cattivi. Di qua c’era il mondo “civile” e di là i Barbari.

E’ stata attraversata (e spesso devastata) da Avari, Khazari, Alani, Unni e Mongoli. 

Ultimo baluardo orientale della Cristianità nel medioevo; arginava l’espansione dei musulmani in Europa. Compito svolto in nome della Chiesa di Roma con grandi sacrifici ed un considerevole contributo di sangue.

Glorioso retaggio durante l’epoca Asburgica quando era parte dell’Impero Austro-Ungarico che dominava mezza Europa.

Devastata nella Prima Guerra Mondiale che segnò, tra l’altro, il crollo dell’Impero.

Nella Seconda Guerra Mondiale fu occupata e vessata dai Nazisti. Anche perché, qui in Ungheria, viveva il 10% degli ebrei presenti in Europa. Ed i tedeschi dovevano portare a termine il loro sterminio. Rappresaglia denominata “Soluzione Finale” realizzata, nel concreto, dal gerarca nazista Adolf Eichmann poi condannato come criminale di guerra.

Fu liberata dai russi alla fine del conflitto e da loro, nuovamente e duramente, occupata e dominata in nome di una Guerra Fredda appena iniziata. Si ribellarono al regime russo nel 1956, La rivolta fu repressa duramente e la città di Budapest fu “schiacciata” da duecentomila soldati ed oltre quattromila carri armati.

L’influenza russa su questo paese finì nel 1989 con la caduta del Regime Comunista.

L’atavica instabilità ed il retaggio di questo popolo si possa sintetizzare bene raccontando la storia della Corona Reale. Si chiama Sacra Corona di Santo Stefano. E’ molto antica e conserva ancora (caso unico in Europa) i gioielli ed i componenti originali di quando fu costruita, nel medioevo. La Croce in cima è storta. La Corona subì infatti una caduta accidentale e si rovinò. Non fu mai aggiustata per paura di romperla. Tradizione ed avversità: sintesi perfetta di un passato complicato.

Eppure questo popolo è sempre stato orgoglioso, fiero, capace di ripartire. Ogni volta. 

La loro lingua appartiene al ceppo ugro-finnico e risulta incomprensibile a noi, naturalmente, ma anche a tutti i popoli che gli vivono accanto. Gli ungheresi sono molto orgogliosi di questo fatto. Indipendenti all’interno dell’Impero Asburgico conservarono la figura del loro Re che era di pari grado rispetto all’Imperatore D’Austria.

Tuttavia questa fierezza ed indipendenza, talvolta, ha avuto bisogno di qualche aiuto esterno. In questo contesto ideale si svolsero i fatti relativi a Giorgio Perlasca.

E’ stato un commerciante di carni nato a Como. La sua gioventù fu rocambolesca. Iscritto al Partito Nazionale Fascista negli anni ’30 partecipò, da volontario, alla Guerra d’Etiopia ed alla Guerra Civile Spagnola nelle fila del dittatore Francisco Franco.

Una volta rientrato in Italia rinnegò il suo passato di sostenitore del regime mussoliniano perché non condivideva le leggi razziali promulgate in Italia e l’alleanza con la Germania di Hitler. Tuttavia solo nel 1939 riuscì ad ottenere una licenza illimitata dall’esercito e continuò la sua carriera di commerciante.

In disaccordo con il regime lasciò l’Italia e si trasferì in vari paesi dell’est europeo arrivando a Budapest nel 1942 dove lavorava per conto di un’azienda di Trieste commerciando carni.

8 settembre 1943: questa data cambiò il corso degli eventi. Infatti in questo giorno fu siglato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati. Nell’Italia del nord fu creata la Repubblica di Salò, roccaforte dei mussoliniani ancora convinti dell’alleanza con la Germania.

Giorgio Perlasca si rifiutò di rientrare in Italia e di aderire al nuovo stato fascista per le già citate dissidenze. Perciò divenne ricercato dai tedeschi che lo catturarono ed internarono. Riuscì ad evadere e si rifugiò nell’Ambasciata Spagnola.

Salvacondotto Ambasciata Spagnola

Qui ottenne passaporto spagnolo in virtù della sua partecipazione alla Guerra Civile negli anni ’30. Per questo era infatti era in possesso di documenti che garantivo assistenza, in qualità di ex combattente, da parte delle istituzioni.

Ottenne una finta cittadinanza con il nome di Jorge Perlasca.

Sin da subito, insieme all’ambasciatore spagnolo dell’epoca Angel Sanz Briz, iniziò il tentativo di salvare gli ebrei dal regime filonazista ungherese.

L’operazione era semplice quanto geniale: attraverso l’emissione di salvacondotti le persone perseguite venivano rifugiate in “case protette” di proprietà del consolato spagnolo. Esse godevano dell’extraterritorialità pertanto violare questi luoghi era considerato dal Governo spagnolo un atto di guerra.

Vista la delicatezza del periodo e la tensione nei rapporti internazionali, normalmente, questo interdetto veniva rispettato.

C’è da sottolineare, per completezza, che anche delegazioni di altri paesi avevano messo in atto lo stesso stratagemma. In primis la Svezia (per intervento del diplomatico Raoul Wallemberg), la Svizzera ed il Vaticano (grazie al nunzio apostolico Angelo Rotta).

Nel mese di novembre del 1944 l’ambasciatore Sanz fu richiamato da Budapest in quanto la Spagna non riconosceva il governo filonazista ungherese e, conseguentemente, desiderava interrompere le relazioni diplomatiche. 

Perlasca si trovò di fronte ad un bivio: che fare? Fuggire o continuare le operazioni di salvataggio?

C’erano mille difficoltà da affrontare la prima delle quali era reperire cibo per la sua gente ma decise di rimanere e, piuttosto, intensificare l’attività di salvataggio.

Perciò, dal 1° dicembre 1944 al 16 gennaio 1945, per 45 giorni si finse il sostituto di Sanz e, millantando un autorità che non aveva, all’insaputa anche degli spagnoli, prese il controllo diretto delle operazioni attribuendosi la falsa carica di Console. Rischiò di essere scoperto ogni giorno di quei 45. Se fosse accaduto sarebbe andato incontro a sicura condanna a morte.

In un’intervista rilasciata alla Rai venne chiesto a Giorgio Perlasca: Non ha avuto paura? Non pensa di aver avuto un incredibile coraggio?

Rispose che non aveva mai avvertito un serio pericolo sulla sua persona perché agiva secondo forte impulso di coscienza. Aggiunse che se non si avverte pericolo il coraggio non serve. (Fonte: Archivi Rai – La Storia Siamo Noi e Mixer di Giovanni Minoli).

In questi 45 giorni si recò personalmente, ogni giorno, presso le case protette dalla sua gente e consegnava loro derrate alimentari e beni di prima necessità. Pagò tutto questo con gli esigui fondi dell’ambasciata, poi con i propri averi ed infine autotassando gli ebrei in ragione della loro capacità contributiva.

Continuò a rilasciare salvacondotti ed, in alcuni casi, a strappare gli ebrei ai nazisti addirittura nelle stazioni ferroviarie, sul marciapiede dei binari, prima della partenza per i campi di sterminio all’estero.

Ci fu il tentativo di liquidazione del ghetto di Budapest da parte dell’allora ministro filonazista Gàbor Vajna. Quest’ultimo voleva liquidare il ghetto appiccando un incendio. Perlasca gli si parò fisicamente davanti, nell’ufficio di quest’ultimo, e lo minacciò. Gli disse che, se avesse proceduto ed appiccato l’incendio, ci sarebbero state dure rappresaglie del Governo spagnolo contro i circa tremila ungheresi che vivevano in Spagna. Solo che in Spagna c’erano meno di cento ungheresi compresi i diplomatici e questo atto di Perlasca fu un bluff.

Che funzionò.

Quando l’Ungheria fu liberata dai sovietici Perlasca fuggì dal paese in quanto considerato filonazista e perciò ricercato dai russi.

Arrivò in Italia nell’agosto del ’45 e redasse un dettagliatissimo promemoria delle attività svolte a Budapest che consegnò al Governo spagnolo al fine di evitare eventuali incriminazioni. Consegnò una copia anche al Governo italiano e ne tenne una terza per sé.

Scrisse una lettera all’ambasciatore Sanz che aveva sostituito illegittimamente in Ungheria ed ad Alcide De Gasperi. Il primo rispose con calore. Il secondo no.

Perlasca non racconto mai a nessuno quanto successo. Neanche ai suoi familiari.

Nel 1980 ebbe un ictus. Perciò, temendo di morire, svelò l’esistenza del memoriale alla sua famiglia a patto che essi promettessero di non divulgarlo.

Benché il giornalista Furio Colombo scrisse un articolo in materia su “La Repubblica” alla fine degli anni ’60, ignorato dai più, la vicenda divenne di dominio pubblico solo nel 1987.

Infatti alcune donne ebree erano alla ricerca di Perlasca già da tempo. Furono in parte ostacolate dal fatto che ritenevano si chiamasse Jorge come i suoi falsi documenti testimoniavano.

Quando però riuscirono nell’intento divulgarono al mondo la sua impresa fatta con abnegazione, immenso coraggio, spirito di solidarietà ed umiltà.

Ci sono senz’altro anche altri motivi per i quali tutto questo non fu divulgato da quanti ne erano a conoscenza e mantenuto segreto, in primis motivi politici, ma la grande umanità ed soprattutto l’umiltà di quest’uomo sono state memorabili.

Secondo alcune fonti italiane, parallelamente, aveva interiorizzato molto l’intera vicenda che riteneva molto più grande di sé. 

Dopo la divulgazione del memoriale Perlasca è stato insignito del riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni” ed ha un albero a lui dedicato a Gerusalemme.

A Budapest il nome di Giorgio Perlasca è inciso su una lapide di marmo che si trova all’aperto, nel giardino della Sinagoga (la più grande d’Europa), insieme a quelli, tra gli altri, di Sanz e di Rotta.

Sempre a Budapest esiste, lungo il Danubio, un monumento un po’ particolare: una serie di scarpe sul parapetto del fiume piene di sassi e con una bandiera di Israele. Serve a ricordare che lì venivano giustiziati e poi gettati nel Danubio gli ebrei. Lo stesso Perlasca testimonia che, per questo, le acque del fiume, spesso, si tingevano di rosso. I sassi nelle scarpe, come da tradizione, simboleggiano il passaggio a miglior vita. Vengono infatti usati per ricoprire le tombe ebraiche. Anche qui vicino c’è, inciso nella pietra, il nome di Giorgio Perlasca.

Nel 1991 gli venne conferita, dallo Stato Italiano, l’onorificenza di “Grande Ufficiale” ed un vitalizio. Che lui rifiutò.

Morì nell’agosto del 1992 ed è sepolto vicino a Padova.

In Italia la sua vicenda divenne famosa per merito del grande giornalista Giovanni Minoli che diede un contributo fondamentale nella diffusione di questa terribile, ma allo stesso tempo significativa, vicenda.

Salvò, in modo diretto, 5280 vite strappandole ai nazisti.

Salvò, evitando la chiusura del ghetto internazionale di Budapest, circa diecimila persone.

Oggi i suoi familiari si prendono cura dell’associazione a lui intitolata attraverso iniziative come l’intestazione di scuole e vie, la divulgazione della storia ed altri progetti.

Oggi in Israele esiste un intero bosco dedicato a Giorgio Perlasca: contiene diecimila alberi.

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