Ghino di Tacco bandito gentiluomo e la fortezza di Radicofani

castello-di-radicofaniGhibellino di origini nobili e di natura generosa, fu bandito dalle sue terre e privato dei suoi averi dalla repubblica senese. Impadronitosi della fortezza di Radicofani, si dedicò a rubare ai ricchi per donare ai poveri, senza mai lasciare nessuno sul lastrico. Uccise brutalmente il giudice che aveva torturato e giustiziato il padre. Perdonato da papa Bonifacio VIII che ne fece un suo uomo di fiducia, fu ucciso in un agguato nel 1303. Dante e Boccaccio scrissero di lui ed ancora oggi è ricordato come un bandito gentiluomo dai tratti eroici. 

La Toscana tra guelfi e ghibellini

Alla fine del Duecento la Valdichiana era teatro di sanguinose lotte tra guelfi e ghibellini. La Siena del podestà Guidone di Battifolle, nell’imporre la cosiddetta pax guelfa, praticava una politica repressiva contro chiunque osasse porsi in contrasto con il governo cittadino. Molte durissime punizioni vennero impartite in modo esemplare dal giudice aretino Benincasa, che affiancava il podestà.

Un solo uomo, però, Siena temeva sopra ogni altro, essendo in grado di trascinare folle, guidare piccoli eserciti di ribelli, rubare, uccidere chi considerava nemico. Il suo nome era Tacco Cacciaconti, figlio di Ugolino, già strenuo oppositore del regime guelfo. Rifiutandosi di consegnare ai senesi il proprio feudo, Le Fratte, e diventare, così, suddito in casa propria, Tacco venne dapprima sanzionato con multe spropositate, che di fatto lo espropriarono di tutti i suoi beni, e, poi, condannato a morte in contumacia. Naturalmente, la condanna non lo fermò e, con un gruppo di uomini al suo comando, continuò a combattere Siena ed i guelfi, a fare il bandito, termine da usare nell’accezione propria di allontanato dalla patria, reietto, necessariamente dedito a ruberie per sopravvivere.

Difficile vincere contro uomini che sanno come combattere e come nascondersi. L’unica possibile arma è sfaldare la coesione del gruppo dall’interno. Seguendo questo ragionamento, il podestà Guidone riuscì ad agganciare alcuni seguaci di Tacco e, con promesse di denaro e di favori politici, li convinse a tradirlo. Fu così che, nel 1285, l’uomo imprendibile, il bandito per eccellenza, il terrore dei guelfi venne catturato, imprigionato, sottoposto alla tortura della corda ed infine decapitato in piazza Il Campo, insieme al fratello. Ghino, il suo giovane figlio, assistette all’esecuzione nascosto tra la folla ed il seme della vendetta si insinuò nel suo animo. Si unì ai ribelli e per i dodici anni seguenti tenne in scacco le forze senesi.

Ghino, bandito gentiluomo

Statua Ghino di Tacco

Statua Ghino di Tacco

Nel 1290 una condanna a morte fu pronunciata anche nei confronti dell’imprendibile Ghino, il quale, incurante di ciò, continuò nelle sue scorrerie contro i guelfi, recuperando così il denaro utile a pagare i suoi soldati ed a sopravvivere con loro. La vita del fuggiasco, però, non poteva durare a lungo. Ghino sapeva che, se avesse voluto tenere uniti i suoi uomini, avrebbe dovuto trovare un fortilizio in cui insediarsi con essi. Tornare in possesso di un castello, inoltre, significava porre le basi per ripristinare l’antico splendore della famiglia e, forse, ottenere la grazia. Tentò dapprima di costruirsene uno tra Sinalunga e Guardavalle, ma Siena non lo permise; quindi si recò a Radicofani per conquistarne la rocca fortificata.

Avamposto pontificio, la rocca godeva di una posizione altamente strategica, trovandosi quasi al confine tra i territori di Siena e di Roma; inoltre era affacciata sulla via francigena, la più frequentata da mercanti e viaggiatori; e, soprattutto, dai suoi 896 metri di altitudine, consentiva di controllare i territori circostanti a tutto tondo. Ancora oggi, dalla cima della torre, in compagnia del vento e del silenzio, si ha l’impressione di dominare il mondo.

Per Ghino non era affatto impossibile conquistare quel baluardo; era passato molto tempo, infatti, da quando era così ben messo in armi da fermare la calata di Barbarossa. Ormai era null’altro che un maniero abitato da una guarnigione papalina priva della capacità di respingere qualunque attacco, essendo formata da pochi uomini avvezzi a far nulla.

In una fredda notte di dicembre del 1297, dunque, Ghino riuscì senza grandi sforzi a conquistare la fortezza e divenne il nuovo Signore della città, con grande giubilo degli abitanti del luogo che in lui trovarono un governante giusto e, soprattutto, generoso, visto che, per non gravarli fiscalmente, continuò a vivere di brigantaggio, praticato preferibilmente contro ricchi mercanti guelfi. Alle sue vittime, però, toglieva molto ma non tutto, lasciando loro i mezzi sufficienti a rimettere su il proprio commercio; al povero pellegrino, invece, od al passante modesto non solo non toglieva, ma elargiva generose doti, così come faceva con il popolo di Radicofani. Benvenuto da Imola narra che, fermato uno studente universitario, gli chiese quanti soldi avesse e questi, terrorizzato per quell’incontro, non mentì sull’esiguo contenuto della sua borsa. “Ma così studierai male; promettimi di studiare come si deve” gli disse e gli consegnò una borsa d’oro.

Nonostante la generosità, la sua fama di combattente non era affatto da sottovalutare, tanto che neppure il Papa mosse contro di lui per riprendersi il castello. A mia opinione, non è da escludere un silente appoggio di Roma al bandito. Ghino e Bonifacio VIII avevano nemici comuni, dopo tutto. I guelfi senesi erano legati agli angioini, appoggiati, nella loro lotta contro gli aragonesi, da Filippo il Bello, che non godeva, certo, le simpatie del Papa, avendo ignorato la bolla Unam Sanctam, nella quale si riaffermava la superiorità del potere spirituale su quello temporale.

E vendetta sia

Ghino aveva un castello, ora, ed il popolo di Radicofani lo amava, ma niente di tutto ciò poteva cancellare dal suo animo la sete di vendetta per la morte del padre. Il giudice Benincasa, temendo la sua ira, si era rifugiato a Roma. Inutile stratagemma. Venne, infatti, il giorno in cui, mascherato da frate, Ghino si introdusse nell’aula dove Benincasa teneva udienza e, con un colpo netto di spada, lo decapitò, infilzando la testa sulla picca che portò trionfante a Radicofani.

Dante, concedendo, da guelfo a guelfo, una chance di salvezza all’anima del Benincasa che, invece, sarebbe stato bene all’inferno, descrisse questo episodio nel VI canto del Purgatorio: “Quiv’era l’Aretin che dalle braccia fiere di Ghin de Tacco ebbe la morte”. Si è a lungo discusso se quel fiere fosse per Dante sinonimo di bestiali o di nobili. Tenuto conto della simpatia generale per Ghino da parte degli scrittori medievali, c’è da confidare nella seconda accezione. Jacopo della Lana, ad esempio, ci tenne a sottolineare che la ferocia con cui aveva vendicato la morte del padre era assolutamente eccezionale, esulando dal buon carattere di Ghino. Né diverso è il giudizio dei posteri. Il Guerrazzi lo descrisse affascinante, uno “di quegli uomini che sono di anima e di corpo sicuri”. Persino Giovanni Pascoli ne fu sedotto e gli dedicò una poesia.

Ingresso cella abate di Cluny

Ingresso cella abate di Cluny

L’uccisione del giudice, ovviamente, non lo rese simpatico ai romani e Bonifacio VIII fu più volte sollecitato a prendere provvedimenti contro di lui, ma in sua difesa si schierò l’abate di Cluny, uno degli uomini più potenti di Francia, che il Papa teneva in grande considerazione, soprattutto in quel momento di aspri contrasti con Filippo il Bello.

Si narra che, tempo addietro, l’abate percorrendo la francigena di Radicofani diretto alle terme di San Casciano per curare lo stomaco dagli eccessi di cibo e di buon vino, fosse stato portato nel castello di Ghino e lì rinchiuso in una cella ai piedi della torre, una stanza non piccola, né scomoda, dove fu nutrito solo a fave secche, pane e vernaccia per qualche giorno. Con quella dieta, che Ghino, grazie ai suoi passati studi di medicina, sapeva essere benefica, l’abate guarì. Dopo di che fu liberato ed invitato a banchettare con i suoi uomini, ospiti al castello. L’abate rimase colpito da questo bandito gentiluomo e comprese l’amaro passato che lo aveva costretto a macchiare con il delitto la sua innata signorilità: “Maledetta sia la fortuna, la quale a sì dannevole mestiere ti costringe!” esclamò l’abate, secondo il Boccaccio, che nel Decameron narra la vicenda.

Viaggio a Roma

L’intercessione dell’abate di Cluny diede i suoi frutti, poiché Bonifacio VIII, perdonato Ghino, lo chiamò a Roma intorno al 1300 per assegnargli una rendita e nominarlo priore dell’Ordine Cavalleresco degli Spedalieri di San Giovanni in Gerusalemme; come tale, Ghino per tre anni attese alla difesa del Papa, che aveva non pochi nemici, soprattutto fra le più antiche famiglie romane. Tra costoro Sciarra Orsini, il quale fu reclutato da Guglielmo Nogaret, ufficiale di Filippo il Bello, per rapire il Papa e portarlo a Lione dove sarebbe stato giudicato per simonia. Secondo la storia, o, forse, la leggenda, il luogo prescelto era Anagni, paese natale del Papa, dove questi si sarebbe recato a riposare; la data era il 7 settembre 1303; il segnale che avrebbe dato inizio al ratto sarebbe stato uno schiaffo di Orsini sul volto del Papa. Il progetto, però, trovò in Ghino un invalicabile ostacolo. Questi, infatti, avendo intuito poco chiare manovre, aveva schierato bene i suoi uomini e, combattendo valorosamente, aveva disperso i congiurati.

Lo stress per l’onta subìta ed il pericolo corso, tuttavia, aggravò le già precarie condizioni di salute di Bonifacio VIII, il quale, tornato a Roma, il mese dopo morì.

Ghino, ormai nemico dei nemici del Papa, decise di lasciare Roma. Essendo stato amnistiato da Siena il suo reato, volle tornare in Valdichiana; ma l’inimicizia di certe persone supera perdoni ed amnistie e nei pressi di Sinalunga fu presto stretto in un agguato ed ucciso. Era il 1303; aveva 38 anni. Una vita breve e pur così piena di eroici furori da diventare leggenda.

Ghino di Tacco e Bettino Craxi

Negli anni Ottanta del XX secolo, Eugenio Scalfari, allora direttore de La Repubblica, paragonò Craxi a Ghino di Tacco perché acclamato da tutti come generoso, ma, in realtà, bandito. In risposta, Craxi firmò alcuni sagaci corsivi sull’Avanti con l’acronimo GdT, ma la sovrapposizione tra sé e Ghino potrebbe non essersi limitata a questo. Nel 2009, infatti, ormai ritiratosi ad Hammamet, Craxi diede alle stampe il libro Ghino di Tacco. Gesta ed amistà di un brigante gentiluomo, dove, pur nel rigore storico degli eventi narrati, inserì parti romanzate ed un codice nascosto di sensazioni ed osservazioni personali sulla politica italiana.

La vicenda di Ghino è scritta con passione ed ammirazione; con grande pathos rispetto a quel suo vissuto da perseguitato.

Lo spazio è tiranno. Estrapolo solo poche frasi.

Nell’arrivo a Radicofani sottolineò la benefica lontananza dai “guelfi di Siena coi loro servi, i loro falsi giudici, i loro boia al guinzaglio”.

In Ghino, vide l’eroe, l’uomo d’onore “di quelli che ai tempi nostri sono sempre più rari. Banditi sono coloro che lo perseguitano”.

E nel descrivere la folla che Ghino osserva di lontano, ai funerali del Papa, con le sue tante braccia e mani e piedi capaci di trascinare e travolgere, pensò ad una piovra che si muove imprevedibile, a volte contro la volontà delle persone: “E Ghino ripensò alle sue vicende personali, nelle quali spesso aveva dovuto avere a che fare con quella piovra”!

di Raffaella Bonsignori

5 Risposte

  1. NutoCampanini

    Queste sarebbero dovute essere le lezioni di storia a scuola, interessanti come leggere un intrigante romanzo e non solo : Vita e morte del tal dei tali, senza condurti per mano nel periodo storico e nel presentarti umanamente il personaggio ed i suoi contemporanei ,come sempre brava ed appassionata,baci Nuto.

    • Raffaella Bonsignori

      Grazie per le indicazioni interessanti. Io, per redigere l’articolo, ho consultato i seguenti libri, che ho anche avuto la fortuna di poter acquistare in varie librerie antiquarie:
      – Ferruccio Marcello Magrini, La verità storica su Ghino di Tacco. Radicofani difende e riabilita il suo castellano, ed. Bruno Ghigi (1987)
      – Anonimo, Ghino di Tacco. Una storia medievale, ed. Mondadori (1986)
      – Bruno Bentivogli (a cura di), Ghino di Tacco nella tradizione letteraria del Medioevo, ed. Salerno (1992)
      – Bettino Craxi, Ghino di Tacco. Gesta e amistà di un brigante gentiluomo, ed. Koiné (1999).
      Ha ragione, Renato: c’è tanta leggenda e tanta incertezza sul personaggio; e, naturalmente, tanto interesse, perché è una figura affascinante. Sono stata a Radicofani per ripercorrere anche fisicamente le sue orme, e la visita al castello è sempre molto suggestiva. Forse non si chiarirà mai veramente la fine che ha fatto Ghino, ma di sicuro la leggenda suscita sempre più curiosità di una storia definita. No?
      Grazie per la sua attenzione.

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