Fuoco ed indifferenza

Rsara-di-pietrantonio-uccisa-a-roma-da-facebookoma, 29 Maggio 2016 – Sara Di Pietrantonio, 22 anni, muore arsa viva dal suo ex fidanzato, Vincenzo Paduano, 27 anni, reo confesso, assicurato alla giustizia.

La gelosia è sovente solo un inquieto bisogno di tirannide applicato alle cose dell’amore. Dal momento in cui la gelosia è scoperta, essa è considerata da chi ne è oggetto come una diffidenza che legittima l’inganno (Marcel Proust)

Sara è morta nelle prime ore del mattino tra i bagliori del fuoco, come luce che illumina, pira che incendia l’anima, fiamma che brucia le coscienze, che trasforma da linfa vitale a ramo arso.

Sara brilla altrove adesso, perché lei ha spento quel fuoco di passione per Vincenzo mentre lui nutriva la vampa della gelosia che annebbia la ragione e che arma le mani.

Vincenzo non può vivere senza possedere Sara, l’ardore deve divampare soltanto al contatto dei loro corpi, nessun altro può e deve accarezzare la sua donna, entrarle nella mente, strapparle un sorriso, darle gioia. Sara è una scintilla, deve infiammarsi alimentata soltanto dai battiti del suo cuore.

Gelosia e possessività, entrambi gli stati fanno percepire l’altro come oggetto di un desiderio che diventa, per la mente di chi li prova, un bisogno atavico: essere il centro dell’universo dell’amato. La gelosia di Vincenzo è patologica, generata da comportamenti che non trovano riscontro con la realtà, è l’aggressività persecutoria verso il partner, la scarsa autostima, la sensazione d’inadeguatezza, il dubbio di non essere abbastanza per l’altro. Ed ecco che la gelosia diviene energia distruttiva, il motore propulsore del male, la furia omicida che spezza le ali di Sara e le distrugge il futuro.

Vincenzo deve avere Sara solo per sé: la segue, la maltratta, la colpisce, brucia la sua auto e quella fiamma deve avvolgere anche il corpo della ragazza, un corpo da purificare dal tocco di un altro, da trasformare in cenere, un corpo da cancellare, da mortificare, da lasciar consumare come Sara ha lasciato consumare il loro amore.

Giorni prima scrive sulla sua pagina Facebook, citando i Poeti del Trullo: “Lo sento. In me. Qualcosa non va. C’ho ‘na passione sbajata. Malata. A vorte me dico “Dài, passerà. Ma ormai la speranza l’ho abbandonata”.

La passione e la speranza, Sara da riavere, Sara da possedere, Sara da controllare, Sara da cancellare con premeditazione, con ferma volontà, pianificando e studiando, con lucida crudeltà.

Vincenzo confessa: “Sì sono uscito dal lavoro e sono andato a cercare Sara. Sapevo che stava dal nuovo fidanzato e l’ho aspettata sotto casa. Li ho visti arrivare in macchina insieme e ho aspettato fino a quando lei non è andata via. (…) Abbiamo cominciato a litigare e io ho tirato fuori una bottiglietta di alcol che avevo portato. L’ho spruzzato nell’auto, anche addosso a Sara. Ma volevo solo spaventarla. Quando è scappata ho deciso di rincorrerla.”

Sara scappa da quelle mani assassine, chiede aiuto, si scontra con l’indifferenza, con la paura della gente che la guarda e pensa agli affari propri, gente che volta gli occhi altrove, che pensa che quella ragazza non la conosce, che qualcun altro se ne occuperà.

Persone che fanno finta di non comprendere la gravità di alcune situazioni per evitare il fastidio di essere coinvolti in situazioni spiacevoli che possono turbare la loro quotidianità.

Vincenzo riacciuffa Sara, accende la fiamma, il calore è insopportabile, il dolore è atroce, la puzza terribile, l’unica speranza è che i neurorecettori del dolore abbiano regalato alla ragazza lo stato di shock.

Sara è morta, uccisa da Vincenzo ed ignorata da quella gente che passa la vita al telefono e che non ha digitato tre numeri per spegnere quel fuoco e riaccendere la vita di Sara.

di Deborah Capasso de Angelis

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