Famiglia all’improvviso, non commedia ma tragedia

famiglia all'improvvisoLa serata è iniziata con: Ti va di andare al cinema? Ho visto che fanno una divertente commedia francese. Ho voglia di ridere, di gioire”. Sono uscita dal cinema con il fazzoletto intriso di lacrime.

Anche se rientra nei caratteri della cinematografia francese l’estro di intingere il finale della commedia in un po’ di dramma a sorpresa; anche se il dramma ha il suo bel fascino, per favore non definite “commedia” quel che non è tale!

L’intreccio s’era già visto in Tre scapoli ed una culla, premio Oscar come miglior film straniero, nel più mediocre remake americano Tre scapoli ed un bebè, in Big Daddy: una neo-mamma affida il proprio bebè al presunto padre che si vede, così, proiettato in una realtà che non gli appartiene, fatta di pannolini, pianti notturni e responsabilità, ma che, infine, diventa un papà perfetto ed affettuoso, votato al sacrificio e dimentico dei suoi trascorsi da scapolone impenitente.

I francesi, si sa, i film li sanno fare. Effettivamente, finché dura la commedia, il film regge e regge bene: buon ritmo, equilibrio tra azione ed intimità, sentimenti da manuale che coprono la più vasta gamma di rapporti umani, da quello genitore-figlio a quello amicale, sessuale e romantico. Omar Sy, poi, è l’attore del momento. Ha fatto una fulminante carriera, passando dal duo comico con Fred Testot al grande cinema, ormai sempre più in viaggio dalla Francia verso Hollywood con produzioni milionarie come Jurassic World, Il sapore del successo ed Inferno. Il suo ritorno al cinema francese, alla tradition de la qualité, sembra la ciliegina sulla torta, una vetrina più raffinata per mettersi in mostra. Che dire? Bravo è bravo. Un po’ come la Rossana del Cyrano di Rostand, passa “senza schianto dal sorriso al sospiro e dal sospiro al pianto”. Il problema del film è che anche il pubblico, suo malgrado, è forzato dalla storia a subire la medesima escursione emotiva e ne resta disorientato.

Questo film non è un mix dolce-amaro, come ho pur letto. E’ una tragedia in piena regola; con un inizio gioioso che, alla fine, sembra un inganno. Non che l’esistenza non sia spesso un mix di amore ed odio, di allegria e tristezza, di vita e morte, ma, proprio per questo, esistono i generi. La commedia è commedia; il dramma, dramma. Chi si reca al cinema scegliendo la commedia, cerca l’evasione, il sorriso, forse la commozione, ma, di certo, non un pugno nello stomaco. E’ possibile che, in Francia, questo film rientri tra le commedie per il ritmo che possiede e perché, oltre a dare spazio a qualche motto di spirito, non contiene tutti gli elementi tipici della maggior parte dei film drammatici francesi: commento musicale quasi monocorde, lunghi silenzi, lunghi indugi su singole scene, ma il genere di un film è legato anche all’argomento che tratta e “distribuire funerali un po’ dovunque”, come scrive Truffaut in un suo meraviglioso saggio critico sul cinema francese, non rende il film più intellettuale, psicologico o profondo.

Per il fatto che è stato erroneamente etichettato come commedia, dunque, salvo solo la prima parte del film, dove si vede esattamente ciò che è stato promesso; salvo lo stile tutto francese dell’attenzione al paesaggio come specchio dell’interiorità, che va dall’iniziale vita gaudente del protagonista, trascorsa a navigare su mari calmi, a quella più ingarbugliata di padre, dove sfida pericoli facendo lo stuntman, e che trova un leit-motiv psicologico nel salto dalla scogliera; salvo ed, anzi, promuovo a pieni voti Antoine Bertrand, che interpreta l’amico di Omar, uno dei migliori amici che si possa pensare di avere, e lo fa in modo ironico, raffinato, profondo, misurato persino nell’eccesso, e, soprattutto, senza quel gesticolare costante di Omar, esageratamente francese; ed è ancora con il massimo dei voti che promuovo Clémentine Célarié e la piccola, deliziosa Gloria Colston. Alla Poesy, che, in questo film, così come nella saga di Harry Potter dove interpretava l’aggraziata e scialba Fleur Delacour, sfoggia un volto tanto grazioso quanto immutabile, qualunque sia la scena da girare, e non conosce altra profondità espressiva della superficie, darei un cinque pieno. Boccio, invece, la sceneggiatura, o, meglio, quell’innesto di disperazione, amaro, doloroso, insopportabile che vorrebbe mitigare la commedia trasformandola in una riflessione sulla vita, come se non esistesse riflessione senza tragedia, e che, invece, la distrugge, la devasta, la priva della propria identità, tramutandola in qualcos’altro. A darle il tocco francese del dramma a sorpresa sarebbe bastato l’elemento conclusivo della diatriba legale che vede contrapporsi i genitori della bimba: un foglio di carta dove è scritto qualcosa di non lieve, anche se la piccola Gloria saggiamente lo liquida con “sono solo parole”.

Edmondo De Amicis del suo Cuore disse ch’era un mezzo per “spremere il pianto dai cuori di dieci anni”. Questo film non è da meno, ma con minore schiettezza, e supera se stesso nelle scene finali che scorrono sulla voce fuori campo di Omar, il quale, rigirando il coltello nella piaga, sottolinea inutilmente ciò che fino a quel momento era stato ben capito; un pleonasmo volto, forse, ad evidenziare la sua capacità di guardare l’infinito con aria contrita. Se la parola Fin fosse stata sovrascritta sull’incontro in spiaggia, ancora la si sarebbe potuta chiamare commedia dolce-amara, anche se l’amaro sarebbe stato in ogni caso preponderante.

Forse va visto, ma si potrebbe anche aspettare che arrivi in televisione. E, comunque, preparatevi a ridere ed a cancellare presto ogni traccia di quel sorriso.

di Raffaella Bonsignori

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