Estate britannica

Evento epocale: a Londra è estate. 

Certo, lo so che è estate ovunque ma Londra è Londra e qui l’estate dura, per solito, tre, quattro giorni, una settimana al massimo e poi si dissolve nei freddi venti del nord. Per non dire che se anche può far caldo di giorno, la sera, inesorabilmente, congeli. 

Ed invece è estate da oltre un mese, un mese intero: più di trenta giorni consecutivi di sole e temperature che arrivano a superare i 30 gradi, roba che se me lo avessero raccontato non ci avrei creduto mai. Non avrei mai pensato di poter uscire con i sandali senza avere freddo nè avrei mai creduto possibile lasciare la giacca a casa affidandomi ad un caldo persistente. Che meraviglia! Fa così caldo che ho chiesto un tavolo all’ombra e non accadeva da tempo immemore: per solito, qui, si combatte per il tavolo esposto al sole, così da sopravvivere al vento freddo per la durata di un pranzo.

Invece mi sono seduta all’aperto, il sole a picco sulla testa (i tavoli all’ombra erano tutti occupati) e quasi mi è venuto un colpo ma pazienza, me lo sono proprio goduto tutto questo caldo. E ho potuto godere anche lo spettacolo della trasformazione dei britannici al sole.

Si è soliti pensare che i britannici siano particolarmente operosi, lo si deduce, se non altro, dallo sviluppo economico del paese. Ma io, che li osservo attentamente da anni, so bene che si tratta di una finta: i britannici non sono operosi, almeno non più di molti altri popoli, i britannici sono solo costretti a restare in ufficio per via del clima. Mi spieghi dove vai con ‘sto freddo? Hai voglia che fanno finta che non sia così e girano senza cappotti o giacche pesanti, ma il freddo è freddo e tanto vale rinchiudersi in ufficio. A fare cosa non lo so ma so che, quando ci sono giornate come quelle di adesso, limpide e calde, eccoli che, senza rimorso, abbandonano l’ufficio e si riversano all’esterno. Non c’è un giardinetto, un prato, un ristorante con tavoli all’aperto che non brulichi di gente. Addirittura il mini golf di Canary Wharf, posto normalmente desolato, è pieno di gente con le mini mazze in mano che si diverte a far rotolare le palline su quel circuito in miniatura.

Per festeggiare l’estate, organizzano tavolate all’aperto: accanto a me, durante il mio pranzo solitario al sole, più di dieci persone stanno banchettando bevendo di tutto, dalla birra allo Spritz al Pimm’s, bevanda dolciastra e decisamente alcolica che alle due del pomeriggio è proprio una mano santa per il cervello.

Normalmente la pausa pranzo inizia attorno a mezzogiorno e massimo alle due sono tutti, di nuovo, rintanati in ufficio; in questi giorni di sole, invece, tocca prenderli a spintoni per farli tornare al lavoro e, in ogni caso, sono solo i loro corpi che ritornano ad occupare le scrivanie: le menti si eclissano nell’alcol del pranzo e si risvegliano il giorno dopo.

Solo un uomo lavora alacremente tutto l’anno, insensibile ai cambi di clima, al sole o alla neve, un uomo che è sempre l’ultimo ad abbandonare l’ufficio: Cristiano, detto Ammi, alias mio marito è sempre lì, estate ed inverno, pioggia o sole, Natale o Pasqua. Se si assenta è per poco; la sua pausa pranzo non esiste, lui si limita a prendere un caffè veloce e poi scompare di nuovo, inghiottito dagli impegni della sua giornata di 38 ore, le ore lavorative britanniche più le ore lavorative di New York. Lui segue due fusi e non fa una piega. 

Mentre i britannici sfoggiano improbabili abbigliamenti da spiaggia, tipo vestitoni di cotone che noi italiane useremmo come copri costume (se proprio ci costringessero ad indossarli), magliette di quart’ordine o camicie senza cravatta e giacca (quando c’è il sole  la giacca la lasciano proprio a casa, giuro), Ammi esce impeccabile da casa in giacca, cravatta e soprabito. Elegantissimo e caldo, molto caldo. 

“Tanto in ufficio c’è l’aria condizionata” dice.

Lui non sa cosa accade all’esterno: lui lavora. Ed è bravo. Bravissimo. Non a caso è autore, tra l’altro, di un lavoro scritto insieme a Robert Engle, un distinto signore americano che per molti non è nessuno ma che è noto alle cronache per essere stato  il vincitore del Premio Nobel per l’economia nell’anno 2003.

E mentre i britannici gozzovigliano accanto a sua moglie che non è da meno, Ammi tiene alta la fama che, in questo paese, c’è gente che lavora tanto.

È vero. 

E spesso siamo noi italiani. 

Di certo lo è Ammi. Ed io sono molto orgogliosa.

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