Elezioni in Sardegna. Chi ha vinto, chi ha perso e chi si è salvato in corner

Sala stampa elettorale (Fonte: Olbia.it)

Elezioni. Anche le regionali sarde ce le siamo messe alle spalle. Gli isolani sono andati alle urne a protesta dei pastori ancora in corso. Infatti, non erano ancora terminati i fiumi di latte versato sulle superstrade e gli assalti ai camion cisterna, come non lo sono ancora. Poi, a spoglio finale delle schede ancora incompleto, tutti i partiti, come è tradizione nel Bel Paese (che non è un formaggio sardo!) si sono messi a cantare vittoria o a minimizzare il risultato, in caso di evidente soccombenza.

Nel presente clima di “campagna elettorale permanente”, il discorso che le elezioni appena concluse siano state parziali e non nazionali, ci convince poco. Se è vero che ogni giorno le TV e i media sbandierano i loro sondaggi per indicarci variazioni di un zero virgola, non capiamo perché da un campione reale, come quello delle elezioni, non si possano trarre conclusioni. Anche perché l’affluenza alle urne è stata praticamente la stessa: il 52,2% l’anno scorso e il 53,8%, domenica. Andiamo allora ad esaminare i risultati con tutte le cautele del caso.

Centro-destra in evidente vantaggio: questo il dato delle elezioni sarde

Alle elezioni politiche del 4 marzo scorso, il centro destra aveva ottenuto circa 270mila voti per una percentuale del 31,04%. Domenica scorsa ne ha ottenuti 364mila, per una percentuale che sfiora il 48%. Il successo appare evidente e incontestabile. Va fatta, però, una prima considerazione. Ai voti del centro destra, in Sardegna, si aggiungono quelli di una forte componente indipendentista – o presunta tale – non identificabile a livello nazionale.

Il Partito Sardo d’Azione, che ha espresso il candidato Presidente vincitore della consultazione, infatti, fa parte della coalizione di centro-destra e, alle politiche del 4 marzo 2018, aveva inserito i propri candidati nelle liste della Lega. L’anno scorso, la lista unita Lega-PsdAz aveva ottenuto il 10,8%; ieri la Lega da sola ha ottenuto l’11,35 e il PsdAz il 9,9%. Complessivamente quasi un 10,5% in più. Suddividendo, grosso modo, tale incremento proporzionalmente alle due liste, la Lega di Salvini, in Sardegna, avrebbe incrementato i consensi del 5-6% circa. Un po’ poco rispetto a quanto indicano i sondaggi che a livello nazionale la fanno balzare dal 17% del 2018 al 33% circa. Tanto è vero che non è risultato il primo partito, come sembra che sia diventata nel resto d’Italia, in base ai sondaggi.

La componente moderata del centro destra, nel 2018 aveva presentato le liste di Forza Italia e dell’UDC. A un esame superficiale sembrerebbe che si sia verificato un crollo di Forza Italia, che sarebbe scesa dal 14,8% all’8,1%. Non è proprio così. Alle politiche del 4 marzo, infatti, non si erano presentate liste moderate di centro come i Riformatori sardi (Segni), la lista Sard venti-20 e quella dell’UdS (Cossiga). Complessivamente, domenica, queste liste hanno ottenuto quasi il 12% dei voti. L’UDC è passata dall’1,45% al 3,8%.

Per un giudizio esatto, bisognerebbe capire se tali partiti minori si presentino o meno a livello nazionale. Per il momento, quindi, il bilancio può essere fatto solo in forma aggregata, rilevando che la componente moderata del centro-destra passa complessivamente dal 15,25% a quasi il 24%. Più o meno lo stesso incremento della componente Lega-PsdAz. In Sardegna, quindi un travaso di voti da Berlusconi a Salvini, come ci indicano i sondaggi nazionali, non sembra essersi verificato. Anzi, Berlusconi sembra aver superato la crisi, sia pure con il supporto di liste “satelliti”.

L’ultima componente del Centro destra, Fratelli d’Italia, ha cantato vittoria, per essere passata dal 4,03% al 4,73%. In realtà, nel 2018, si era presentata anche la lista di estrema destra di Casa Pound, ottenendo lo 0,87% dei suffragi. Qualcosina in più dell’incremento tanto sbandierato da Giorgia Meloni (romana di chiare origini sarde). In realtà, quindi, se c’è una componente del centro destra rimasta al palo, questa è FdI.

Le elezioni indicano una ripresa del centro-sinistra

I voti del centro-sinistra passano da 163,5mila (17,66%) del 4 marzo scorso a 250,6 mila (32,9%) di domenica. Pur tenendo conto che la lista LeU l’anno scorso si era presentata da sola (ottenendo 27,5 mila voti e il 3,3%) e domenica faceva parte della coalizione, anche qui il successo è evidente. Si tratta di un incremento di circa il 12%. All’interno della coalizione, il principale partito, il PD scenderebbe dal 14,8 al 13,5%, sufficiente per diventare il primo partito della Sardegna (nel 2018 era di gran lunga il M5S). Gli altri partiti nazionali presentatisi nella coalizione di centro sinistra (verdi, socialisti, radicali e popolari) hanno ottenuto circa il 3-3,5% dei voti. Aggiunti i voti di LeU, si supera di poco il 7%. Le altre liste “civiche”, complessivamente, hanno ottenuto l’11-12%.

Anche in questo caso, come per Forza Italia, bisognerebbe capire se, a livello nazionale, i voti delle liste civiche presentatesi con il centro-sinistra possano confluire o meno nel PD, anche a partire dalle prossime europee di giugno. Tali liste sono molto meno organizzate dei partiti moderati minori del centro destra che vantano comunque un certo radicamento nel territorio. Essendo irreale l’ipotesi che liste si possano presentare da sole nelle prossime europee, tali voti (11-12%) potrebbero oggettivamente già essere considerati appannaggio del PD. Ciò significa – a nostro parere – che il bacino elettorale di riferimento di questo partito dopo un anno di opposizione a livello nazionale, si è incrementato, almeno in Sardegna, da poco meno del 15% al 26-27% circa. E’ un incremento maggiore dei consensi ottenuti dalla Lega.

Movimento Cinque Stelle KO nelle elezioni sarde

Abbiamo voluto tarare il risultato delle elezioni regionali per non incorrere nell’errore – fatto notare dal capo del M5S, Luigi Di Maio – che non sia corretto conteggiare le mele (elezioni nazionali) con le pere (elezioni regionali). Alcuni osservatori, però, hanno risposto a Di Maio che mentre prima aveva 42 mele, oggi possiede sì e no una decina di pere. Il M5S, infatti, è passato dal 42,5% del 4 marzo scorso all’11,1% ottenuto dal suo candidato alla presidenza, se non al 9,5% ottenuto dalla lista.

Noi aggiungiamo che tutti i ragionamenti a cui ci siamo sottoposti per la presenza di liste civiche o di partiti minori nelle altre coalizioni sono ininfluenti per quanto riguarda il M5S. Infatti, si era presentato da solo nel 2018 e si è presentato da solo nel 2019. La sconfitta, quindi, può essere attribuita a lui soltanto. E’ una perdita secca, senza precedenti negli ultimi settant’anni di storia della Repubblica. I voti del principale partito di governo si sono ridotti a un quarto in nemmeno un anno. Il “movimento” è riuscito a smentire l’affermazione di quella vecchia volpe della politica che era Giulio Andreotti, secondo il quale “il potere logora chi non ce l’ha”. Stavolta il potere ha logorato il partito di governo e non ha fatto sconti.

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