Chi è Edin Dzeko, l’attuale capocannoniere della Serie A

dzeko«A me come a tanti bambini hanno rubato l’infanzia. È stato il periodo più brutto della mia vita. A Sarajevo vivevamo in 15 in 37 metri quadrati. Ci svegliavamo a volte senza avere quasi nulla per fare colazione. Mio padre era al fronte e tutti i giorni, quando suonavano le sirene, avevo paura di morire. Andavamo nei rifugi senza sapere mai quanto tempo dovevamo restarci». Chi ha pronunciato queste parole, l’anno scorso, a un giornalista della Gazzetta dello Sport di Milano è Edin Dzeko, centravanti della Roma e capitano della Nazionale bosniaca e, da ieri, capocannoniere della Serie A.

Il ragazzo di Sarajevo

Da ragazzino, per la sua già notevole statura, Edin era soprannominato Kloc, un nomignolo che nella lingua locale (una variante del serbo-croatio) vuol dire “lampione”, ma che sottintende una persona che è anche un po’ tonta, lenta, imbranata. Quando ha sei anni, a Sarajevo, dove Edin è nato, scoppia la guerra civile. La casa della sua famiglia, in un quartiere popolare dove la tensione è ancora più forte, è ben presto resa inagibile.

«Erano anni difficilissimi – ricordò Edin anni dopo – Dovevamo costantemente stare attenti, schivare le pallottole e le granate. Non c’era niente da mangiare, si viveva in una stanza sola. Era impossibile». Kloc ha una sola passione: il gioco del calcio e, appena può, va a giocare con gli amici in un campetto di fortuna. Un giorno, a soli sette anni, sua madre ha uno strano presentimento e gli proibisce di andare a giocare: il campo è colpito da tre granate micidiali: «Quel giorno ho perso molti amici», ricorda. Complessivamente, saranno undicimila gli abitanti di Sarajevo morti in quella guerra civile.

A Wolfsburg, nella Bundesliga e a Manchester, con Mancini

A guerra conclusa, Džeko entra nelle giovanili dello Željezničar, la squadra locale. A diciassette anni entra in prima squadra, in un ruolo di centrocampo. Non è quello il ruolo di un “pennellone” – come lo avrebbero ribattezzato a Roma – di 1.93. Emigra nella Repubblica Ceca. Il tecnico, Jiri Plisek lo reinventa centravanti ma, a Edin, piacerà sempre indugiare nella manovra a centrocampo. In due stagioni, segna 22 goal in 58 partite.

Lo visionano gli osservatori della squadra tedesca del Wolfsburg e, nel 2007, esordisce in Bundesliga. L’anno successivo, la squadra compie l’impresa, vincendo il suo primo (e sinora unico) campionato. Nel 2010, Dzeko è capocannoniere con 22 gol. Dopo quattro anni, passa al Manchester City, in Inghilterra e nel 2011-2012, insieme a Wayne Rooney e a Mario Balotelli, contribuisce a far vincere la Premier League alla squadra allenata da Roberto Mancini, dopo un “digiuno” durato quarantatré anni.

La Curva Sud lo vorrebbe come Batistuta

Finché, nell’agosto dell’anno scorso, l’approdo nella Capitale. E’ accolto trionfalmente all’aeroporto di Fiumicino. La curva lo considera un nuovo Batistuta. Al suo esordio, in un amichevole contro il Siviglia, segna due gol con una facilità irrisoria e fa anche un assist. La “torcida” stravede e sogna il quarto scudetto. Ma Dzeko non è Batistuta e il gioco dell’allenatore Garcia, finalizzato a mettere in condizione di segnare le ali e non il centravanti, non fa per lui. Edin rimane a digiuno per molte partite e la curva lo comincia a fischiare.

D’altronde, cosa aspettarsi da un “populus” che ha ucciso addirittura il suo fondatore Romolo, il grande Giulio Cesare, i tribuni della plebe, Cola di Rienzo, e numerosissimi imperatori? Gli contrappongono un mito come Francesco Totti, senza rendersi conto che – forse – i due non sono affatto alternativi e potrebbero addirittura formare la coppia ideale d’attacco, lasciandosi spazio a vicenda. Poi Garcia è sostituito da Spalletti ma la situazione, per il ragazzo di Sarajevo non migliora: sembra tornato il Kloc di una volta. A fine stagione, si discute se cederlo o no.

Dzeko, però, ha imparato che le cose importanti nella vita sono altre, come la sua famiglia, che ora comprende anche una bambina, Una, nata sotto il sole di Roma. Continua a impegnarsi in attività umanitarie e a giocare per la Nazionale del suo paese, di cui è capitano e capocannoniere. Spalletti gli dà fiducia: spiega ai suoi compagni come devono servirlo. Il nuovo campionato inizia un po’ in sordina. Qualche fischio, in curva, si sente ancora. Poi, in sole otto partite, nemmeno giocate tutte dall’inizio, segna ben sette reti e si ritrova capocannoniere della Serie A.

Gol finalmente a grappoli

Nella partita contro l’Inter, un giornalista afferma:   «Se Dzeko giocasse ogni partita come quella di oggi, vincerebbe il Pallone d’Oro». La domenica successiva – ieri, contro il Napoli – si è ripetuto, con una doppietta. La curva torna a parlare di scudetto. Ma Kloc non si agita più di tanto: «Certe esperienze rendono più forti e fanno apprezzare la vita nei momenti giusti. Quando hai avuto paura per la tua vita e quella dei tuoi familiari, i problemi del calcio sono niente al confronto. Non ho segnato? Fa niente, segnerò alla prossima partita. Le cose importanti sono altre».

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