Economia italiana. Origine dei mali dell’ultimo quarto di secolo

Per l’Italia, l’anno della svolta del sistema sociale, dal dopoguerra a oggi, non è stato il 1968. E’ stato il 1992.
Quell’anno, a seguito dell’attacco della magistratura alla classe politica (inchiesta “mani pulite”), si ruppe il contratto sociale che aveva governato gli italiani per quasi mezzo secolo. Si verificò, infatti, la dissoluzione
dei partiti contraenti che avevano guidato la politica della Repubblica italiana: la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e i minori partiti laici. Ciò ha significato, inoltre, la fine dello Stato sociale, cioè dell’istituzione che aveva prima creato, poi garantito, il benessere (welfare) a tutte le classi di cittadini.

La classe politica, in Italia, si è poi riorganizzata in due poli alternativi: uno di centro destra, rappresentativo dell’imprenditoria, del “popolo delle partite IVA” e della “sdoganata” destra sociale, sensibile alle esigenze
“dirigiste” della pubblica amministrazione; dall’altro lato, il polo di centro-sinistra (prima “l’Ulivo”, poi il Partito Democratico e alleati). Quest’ultimo, che raccolse attorno a sé gli elettori dell’ex PCI e della sinistra
DC, non ritenne opportuno riproporre le politiche di intervento pubblico nell’economia, tipiche dello Stato sociale, ma programmi di liberalizzazione e di privatizzazione dei servizi pubblici e l’economia di mercato.

Il fattore “Europa”

In prospettiva, è arduo non ricollegare la “svolta” italiana del 1992 al crollo dell’Unione Sovietica del dicembre 1991. Fu la fine del pericolo comunista, infatti, a distruggere le basi di quel “contratto sociale” di
cui sopra, grazie al quale la maggioranza degli italiani accettava la civiltà del benessere generale in cambio del rifiuto dell’abbraccio al blocco comunista sovietico. Lo Stato sociale, però, aveva lasciato un deficit
consolidato, nel bilancio dello Stato, che già allora sfiorava il 100% del prodotto interno lordo. Tra il 1992 e il 1994 si accrebbe dal 98 al 122%.

L’abbandono delle politiche di intervento pubblico nell’economia, tuttavia, si sarebbe rivelato un errore per il centro-sinistra. L’imprenditoria italiana, infatti, non aveva (e non ha tuttora) maturato una mentalità espansiva e d’investimento autonome dall’intervento statale. Senza di ciò, il welfare, prima o poi, sarebbe stato a rischio.

Il crollo dell’Unione Sovietica ebbe conseguenze anche nella Comunità europea, di cui l’Italia faceva parte sin dalla sua fondazione (1957). Diceva Carlo Sforza, uno dei “padri fondatori”, che l’unione europea è uno
di quegli avvenimenti per i quali i fatti concludenti precedono le enunciazioni di principio. La fine del “pericolo rosso”, infatti, mise in moto tutta una serie di avvenimenti – assolutamente imprevisti, sino a
pochi anni prima – quali l’istituzione della moneta unica europea e l’allargamento ad est, agli Stati del mondo ex comunista.

Punti deboli dell’assetto economico euro-unitario

Entrambi gli eventi citati erano sorretti da un duplice scopo: 1) veicolare l’economia europea – che già allora costituiva il primo mercato mondiale – al primo posto, davanti agli Stati Uniti; 2) evitare una possibile, ma più
che probabile dipendenza dal gigante Russia (da cui la UE importa gran parte del rifornimento energetico).
I due eventi, però, avevano entrambi il proprio punto debole.

Accanto alla moneta unica non si dava la possibilità alla Banca centrale europea di finanziare i deficit di bilancio dei singoli Stati con l’emissione di titoli di credito euro-unitari – da ciò il fenomeno dello “spread”
tra economie con la stessa moneta -. I paesi dell’est europeo erano tutti più poveri degli Stati già aderenti all’Unione e ne sarebbero – gioco forza – divenuti i beneficiari netti degli investimenti produttivi; inoltre,
non erano predisposti a far gioco di squadra nel progetto euro-unitario di sopravanzamento degli USA, perché solo questi ultimi erano in grado di garantir loro l’integrità dei confini dalle minacce del gigante russo.

Quando i nodi vennero al pettine

L’adozione dell’Euro coincise con la discesa del debito pubblico al 103% del PIL, nel 2004. Alla prima crisi economica – guarda caso proveniente d’Oltre Atlantico – però, i punti deboli del nuovo corso italiano ed europeo sono venuti al pettine. Fu il centro-destra, al potere in Italia tra il 2008 e il 2011, a riproporre una politica di investimenti pubblici a sostegno dell’economia. Subito il deficit consolidato schizzò al 130% del PIL, lievitato dal crescere degli spread.

Il centro-destra, inoltre, aveva ratificato il fiscal compact, che dava alla UE il potere di sindacare sulla sostenibilità dei bilanci degli Stati membri. Inoltre, con l’ingresso dei paesi dell’est, l’Italia aveva perso la
condizione di beneficiaria netta degli investimenti comunitari per ritrovarsi in quella di finanziatore. La UE impose all’Italia di effettuare una manovra “sangue, sudore e lacrime” per le tasche dei cittadini e la
“messa in sicurezza” del sistema previdenziale.

Tale manovra fu attuata dal governo tecnico di Mario Monti che, peraltro, beneficiò di una maggioranza parlamentare trasversale e senza precedenti. Il centro-sinistra, tornato al governo nel 2013, si trovò a gestire l’economia sulle macerie della crisi, senza la possibilità di operare in deficit, ma con la
raccomandazione della UE di ridurlo nuovamente. Alle elezioni del 2018, il Partito democratico fu drasticamente ridimensionato. Gran parte dei suoi elettori, infatti, votarono per il Movimento Cinque Stelle, unica forza a propugnare ancora delle politiche di welfare e che conquistò la maggioranza relativa in Parlamento.

Il 2018, anno di una nuova svolta epocale?

Abbiamo già ipotizzato, in articoli precedenti, che la formazione dell’attuale governo Conte possa aver rappresentato una ulteriore svolta nel sistema politico-sociale italiano e lo abbiamo paragonato al tentativo di “compromesso storico” Moro- Berlinguer del 1978. L’attuale governo Conte, infatti, è frutto di un compromesso tra gli interessi dei beneficiari delle politiche di welfare e la Lega Nord, erede della “destra
sociale” e contemporaneamente votata dal “popolo delle partite IVA”.

Il compromesso storico berlingueriano, peraltro, durò lo spazio di pochi mesi e non ebbe seguito immediato. Al Partito Democratico e a chi vorrà farsi portavoce delle istanze imprenditoriali più illuminate, l’onore e l’onere di relegare la “svolta” giallo-verde a un mero episodio di politica interna. Dipenderà, però, se si riuscirà o meno a trovare la quadra tra le istanze tecnocratiche della UE e le politiche espansive che il PD dovrà assolutamente riproporre nel suo programma, se non vuole scomparire.

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