Drammatica Dolcezza. La musica di Joanna Newsom

Talvolta bastano poche parole per scrivere una canzone. Un soggetto, un verbo, un complemento e alcuni artisti puntano al successo internazionale. Infatti è quasi difficile ascoltare una canzone lunga, che duri più di qualche minuto. Certo, è anche più complesso scrivere una canzone lunga.

Joanna Newsom (1982) è una cantante californiana che è balzata all’attenzione al di là dell’Atlantico per le sue doti canore e musicali. Il suo timbro, minuto ma incisivo, le ha conferito una voce unica, riconoscibilissima fra le nuove proposte indie-folk statunitensi, così come lo strumento inusuale con il quale si accompagna: l’arpa, che ella suona fin da giovane età con notevole maestria. Le sue qualità fisiche e tecniche trovano il migliore degli impieghi quando si fanno veicolo dei testi di sua composizione, autentiche poesie. Joanna si rivela, quindi, un’autrice a tutto tondo, in grado di scrivere musica e liriche con elevata estrosità, combinando accompagnamenti virtuosi, voce unica e parole incredibili.

L’originalità delle proposte e il talento di Joanna non hanno faticato a emergere. Già con l’album di debutto, The Milk-Eyed Mender, del 2004, ha raggiunto un discreto successo trovando terreno fertile nel continente americano, sempre desideroso di scoprire le nuove proposte indie-folk, cioè legate ad un panorama identificato come popolare e acustico ma sorte da progetti indipendenti (underground).

La sua musica si propone come un evoluzione dei modelli folk anglosassoni e americani: disegni melodici supportati da un corposo accompagnamento poliritmico fra archi, percussioni, strumenti tradizionali e l’immancabile arpa. La proposta vocale è quasi semplice se paragonata alle variazioni costanti che assume la musica: da lenti crescendo a saturi turbinii di note fino svuotamenti sonori improvvisi. E al centro sempre la delicata voce di Joanna, ora supportata da un fervido corteggiamento strumentale, ora in contrasto con pathos emotivo, ora lasciata sola e sospesa.

Chiarificare i contenuti delle sue canzoni non è sempre semplice. Come gran parte dei testi poetici essi raccolgono espressioni romantiche, «Oh my love! Oh, it was a funny little thing, to be the ones to’ve seen» (Oh amore mio! Oh, è stata una divertente piccola cosa, essere gli unici ad aver visto) [Bridges and Balloons, da The Milk-Eyed Mender– 2004], messaggi di varia interpretazione, «A toothless hound-dog choking on a feather» (un segugio senza denti si soffoca su una piuma) [Only Skin, da Ys– 2006], immagini stranianti, «I saw a rabbit as slick as a knife and as pale as a candlestick» (vidi un coniglio scivoloso come un coltello e pallido come un candelabro) [Baby Birch, da Have One on Me– 2010],velate incitazioni alla speranza, «Our lives come easy and our lives come hard and we carry them like a pack of cards. Some we don’t use but we don’t discard and we keep for a rainy day» (Le nostre vite divengono facili e difficili e noi le portiamo come un mazzo di carte. Alcuni di noi non le usano ma non scartiamole e teniamole per un giorno di pioggia) [The Things I Say, da Divers – 2015]. Frasi di tal forza evocativa si propongono come un ulteriore valore aggiunto del tutto scevro delle facili costruzioni grammaticali al quale, talvolta, siamo abituati da cantanti più popolari.

Ascoltare Joanna Newsom, anche senza capirne la lingua, vuol dire essere proiettati in un introspezione nostalgica. Il suono dell’arpa e i toni cristallini sgravano dalle immagini pesanti del quotidiano e ricordano al fruitore la bellezza della malinconia. In questo modo le canzoni che, come Emily (Ys– 2006), durano più di dieci minuti trascorreranno rapide giacché non saremo mai lasciati soli dall’angelica voce.

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