Cosa significa perdere un padre?

Alle volte chiudo gli occhi e sai è strano: riesco a sentire la tua voce. Sono consapevole del fatto che è solo una cattiva illusione, di un qualcosa che fino a poco tempo fa era presente e, a volte scontato. Poi un pomeriggio freddo, ho realizzato che quella voce non l’avrei più sentita, ma che sarebbe rimasta solo una sottile musica di sottofondo nella mia vita.

Quando sei giovane e senti di avere in pugno la vita non pensi a queste tragedie, ma se qualcuno inconsapevolmente, ti facesse la domande «cosa significa perdere il papà?» le risposte sarebbero varie e molteplici. Nessuno per onestà intellettuale e forse paura chiede mai cosa significa: allora voglio chiedermelo da sola, forse per cercare di elaborare il lutto o forse per cercare di sentire meno quel buco che sento dentro il cuore.

Perdere un padre è sentire la terra crollare sotto i piedi, è essere colti d’improvviso da un temporale e accorgersi di non avere l’ombrello, è sentire un dolore nel petto talmente forte e sordo che non ti fa chiudere gli occhi nei giorni, mesi, a seguire.

Perdere un padre è sapere di non avergli detto tutto; di non aver avuto quel tempo necessario per fargli capire che il 50% di quello che tu oggi sei è merito suo; di non essere riuscita a mantenere la promessa fattagli quando promettevi che sarebbe andato tutto bene. Lì per lì, il giorno dopo, la settimana dopo non ti rendi conto ancora cosa è successo e le lacrime non scendono. Ma arrivano. Arrivano un giorno mentre fuori piove cercando di confondersi per nascondere il dolore che ti strazia l’anima, che ti fa a pezzettini, che ti contorce le viscere talmente tanto forte che vorresti urlare. Ma è un grido sordo, silenzioso che ti brucia l’essere.

Perdere un padre è realizzare che non dirai più la parola “papà” e che forse la prossima volta che la sentirai è perché tua figlia o tuo figlio la pronunceranno.

Perdere un padre è ritrovarsi in una piazza affollata, sentirsi soffocare e sapere che nessuno arriverà a prenderti con le sue mani grandi per salvarti dalla furia del mondo, e lì realizzi che devi saperti salvare da solo, che il “tutto bene” deve diventare una menzogna e non una forzata verità. Ti convinci con quella fievole forza e con una mezza bugia che questo dolore passerà col tempo. Forse è vero, forse no, forse non lo so. È quel momento della vita nella quale ti ritrovi davanti a tante persone, tante parole, tante sensazioni ma che tutte, alla fine, ti portano a ricordare la malinconia di un abbraccio non dato, o un bacio negato.

Perdere un padre è il cordoglio, è il dolore della morte, è l’incessante ripetersi di  non aver fatto il possibile, è la follia data dal camminare insieme per un tratto della vita e poi, dall’oggi al domani, salutarsi senza essersi detti «ciao» abbastanza volte.

Perdere un padre è toccare con mano il concetto metafisico di assenza: è trovare la somiglianza di qualcosa nel presente che ricordi un attimo fuggente del passato; è girare su se stessi aspettando di cadere ed essere risollevati da due braccia forti. Le sua braccia che non arriveranno mai.

Ma perdere un padre è, anche, camminare sempre con lui, ridere con lui, pensare alla sua faccia così tanto spesso per paura di dimenticarla. Ci si rende conto che, in fondo, l’essere folli è il modo migliore per mantenere vivo il ricordo quando le foto, gli audio, i filmini non bastano. Ed un tratto senti la libera convinzione di avere il coraggio di vivere qualcosa che non c’è più, qualcosa che è nel vento in una giornata ventosa, nella pioggia in una giornata piovosa e, il più delle volte, in una giornata di sole. Lui amava il sole e il mare.

Una cosa è certa: perdere un padre non è perdere la tua vita con lui, non è perdere i ricordi, non è perdere il suo profumo. Scivolando fra i passi stanchi di questa vita, io ti aspetto e so che, citando una canzone, «sempre sarai 
in un sorriso inaspettato o in un appuntamento con il mio destino».

1 risposta

  1. Raffaella Bonsignori

    Meravigliosa e commovente lettera, Ilaria, da leggere con il cuore e con la forza dei ricordi. Hai saputo sublimare la disperazione recando un dono anche ad altre persone che, come te, hanno dovuto lasciare quella mano che le ha fatte crescere, pur nella consapevolezza di non averla mai davvero lasciata.

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