Cosa bolle nel calderone del deserto libico

libia3Nella Libia del post-Gheddafi, si continua a combattere per il controllo del territorio e della produzione di gas e petrolio; inoltre, soprattutto al sud e al confine con la Tunisia, grandi battaglie continuano a coinvolgere le rotte dei migranti e dei traffici illeciti. La semplice presenza dello Stato islamico concede ai vari attori l’alibi per proseguire la guerra e ai loro sponsor internazionali quello per vendere loro le armi. Contemporaneamente, però, ci sono interessanti sviluppi sul piano diplomatico.

Il governo titolare del seggio libico all’ONU ha sede a Tobruk ed è guidato da Abdullah al-Thinni, coadiuvato da una Camera dei Rappresentanti eletta il 25 giugno 2014. Nella capitale Tripoli risiede invece un “governo di salvezza nazionale” ed è ancora in funzione il parlamento eletto nel 2012, cioè in era Gheddafi. Anche il governo di Tripoli, però, è stato riconosciuto dall’ONU come parte negoziale per la firma di un accordo di pace.

Dopo i colloqui svoltisi tra le parti a Skirat, in Marocco, l’inviato delle Nazioni Unite Bernardino Leon ha consegnato alle delegazioni di Tripoli e di Tobruk il testo che riassume il negoziato. L’intesa dovrà essere approvata dai Parlamenti di Tripoli e di Tobruk, prima di essere operativa e poi mettere in moto il meccanismo per il cessate il fuoco. Il testo prevede la formazione di un governo di accordo nazionale, la nomina di un presidente del Consiglio e di due vice-premier; i tre, che formerebbero il nucleo forte di un Consiglio di presidenza allargato ad altri due ministri del nuovo governo, dovranno essere indicati da Tripoli, Tobruk e dalle tribù del sud della Libia. Fra i “triumviri” ci dovrà essere sempre l’unanimità delle decisioni. Dopo vari rinvii, il termine ultimo per l’approvazione dell’accordo da parte dei due Parlamenti è stato fissato al 20 ottobre.

In realtà il puzzle è ancora più complicato di quanto sembri, perché le due parti negoziali non governano completamente il paese, né hanno pieni poteri al proprio interno. Molti i signori della guerra, infatti, si sono ritagliati un ruolo di privilegio che li condiziona. A Tobruk, il generale Khalifa, ex ufficiale gheddafiano, identificato come responsabile di decine di attacchi militari che hanno fatto vittime civili nell’area controllata da Tripoli, è riuscito a farsi nominare Capo di stato maggiore della difesa del governo di Tobruk; per lui passano i rapporti (e le armi) tra Tobruk, il Cairo e Abu Dhabi. Heftar non perde occasione per esercitare influenza sugli organi decisionali: durante i negoziati, infatti, ha lanciato opportunamente un’offensiva militare (Operazione sventura) contro Tripoli, per boicottare l’accordo. Ma anche Tripoli non è immune alle pressioni militari di alcuni capi, come il misuratino Salah Badi e l’ex militante di Al Qaeda Abdelhakim Belhadj, coalizzati in un “Fronte della fermezza”; l’alleanza tra i due, spalleggiata da Turchia e Qatar, farà di tutto per bloccare un accordo che restituisce il potere ai civili. Nell’area controllata da Tripoli, inoltre, la città di Misurata è da tempo un soggetto autonomo che combatte Tobruk in quanto reincarnazione del vecchio regime gheddafiano ma, allo stesso tempo, si distingue dall’intransigenza del Fronte; sarebbe, infatti, favorevole all’accordo di unità nazionale.

Le milizie dello Stato islamico, ovviamente estranee alle trattative, controllano ancora una vasta area intorno alla città di Sirte, bloccando il passaggio per la strada costiera e occupando il terminale della direttrice sud-nord, con tutti i traffici più o meno legali che ciò comporta.

Una volta ottenuta l’approvazione dei due parlamenti, la firma definiva dell’accordo dovrà essere apposta, nuovamente, in Marocco. Dopo di che, sempre con la mediazione dell’ONU, dovrebbero iniziare le trattative sui nomi del primo ministro e dei due vice-premier, per poi costruire insieme la griglia degli altri ministri e degli incarichi.

Sembra che, in caso di accordo, l’Italia avrà la guida di una forza militare internazionale per proteggere gli edifici più rappresentativi della Capitale dagli attacchi dei ribelli. Sia Matteo Renzi che il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni hanno più volte ribadito che l’Italia farà la sua parte, glissando, però sul suo ruolo esatto. Quale saranno i rapporti con le forze armate libiche esistenti; soprattutto, in caso di ambiente parzialmente ostile?

Sicuramente la stabilizzazione del paese e la costruzione delle basi per la convivenza pacifica – se non proprio democratica – della popolazione, è interesse fondamentale dell’Italia, sia per quanto riguarda il suo approvvigionamento energetico (con Gheddafi eravamo il primo partner economico della Libia che, a sua volta, era il nostro primo partner energetico) che per quanto riguarda il controllo del flusso dei rifugiati dall’Africa sub-sahariana. Di questo, il nostro governo è consapevole, ma rischiare altri morti tra i nostri militari, come a Nassiriya o solo la cattura di altri ostaggi in missione nel terzo mondo, come Giuliana Sgrena o Gironi e Latorre, rappresenta un onere molto impegnativo da spiegare alla nostra opinione pubblica.

di Federico Bardanzellu

foto: ilsussidiario.net

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