Cinque domande agli esponenti del PD

Il prossimo giovedì 3 maggio, in Via del Nazareno, si riunirà la direzione del PD per individuare le condizioni da porre ad un’eventuale partecipazione ad un governo a direzione M5S. Usiamo il termine “eventuale” perché, nonostante l’ipotesi messa autorevolmente sul tavolo dal presidente della Repubblica e la disponibilità al dialogo con il M5S, già data dal segretario reggente Maurizio Martina, sarà proprio la direzione di giovedì prossimo a decidere se andare avanti o no, in tal senso.

Che la posizione del Partito democratico, nonostante la sconfitta elettorale, rimanga “centrale” per la formazione di qualsiasi nuovo governo, lo avevamo già espresso nel precedente articolo del 7 marzo scorso “Il Ghino di Tacco ”. Ce lo diceva la lettura esatta dei risultati elettorali che poneva il PD in una posizione simile a quella occupata dal PSI negli anni ottanta.

In una sola ipotesi ciò non sarebbe stato vero: l’uscita della Lega dalla coalizione di centrodestra e la sua ricollocazione su posizioni di “centro”. Ma ciò, per Matteo Salvini, avrebbe significato presentarsi di fronte al M5S (32% dei voti) non su posizioni di forza, come leader di una coalizione del 37% ma soltanto come leader di un partito minore (17%). Infatti, ciò non è accaduto.

All’interno del PD, tuttavia, la componente maggioritaria, facente capo al dimissionario segretario Matteo Renzi, oppone ancona – almeno a parole – un opposizione feroce a qualsiasi partecipazione del partito a un governo con il partito di Grillo, Di Maio e della “Casaleggio e associati”. A nostro parere ciò sarebbe un suicidio, sia in termini di consenso elettorale che sotto il profilo della conseguente “svalorizzazione” di cinque anni di attività dei governi uscenti a direzione PD.

Agli esponenti della direzione PD che non condividono la possibile partecipazione del partito al prossimo governo su base contrattata, ci permettiamo di porre cinque domande.

1. E’ meglio accettare di comporre un nuovo governo con il M5S o andare a nuove elezioni che saranno ancora più disastrose per il partito?

Come hanno dimostrato le regionali del Molise, l’emorragia di consensi del PD non può logicamente arrestarsi di qui al prossimo autunno, quando potrebbero tenersi le nuove elezioni politiche. Il posto di gran parte dei parlamentari eletti se non addirittura l’esistenza stessa del partito sembra a forte rischio.

2.  Il programma elettorale del PD si attua meglio governando in coalizione o restando all’opposizione e lasciando che un qualsiasi altro partito governi secondo il proprio programma?

Nonostante la disfatta, lo “zoccolo duro” degli elettori del partito ha votato PD sulla base di un programma ben definito. Rinunciare ad attuarlo, anche parzialmente, convincerebbe anche questa soglia di elettori a sfaldarsi.

3. Per un partito che ha governato per 5 anni praticamente da solo, è più coerente tentare di continuare a governare sulla stessa linea in coalizione o rischiare che nei prossimi cinque anni tutto ciò che di buono è stato fatto venga azzerato?

Se i vari governi Letta, Renzi e Gentiloni, secondo gli elettori democratici, hanno “salvato” l’Italia, riportando l’economia al segno +, facendo ripartire l’occupazione e “governando” come meglio non si poteva i flussi migratori, consentire che tutto ciò vada in fumo, sarebbe come ammettere che, per cinque anni, l’Italia – a guida PD – ha soltanto perso tempo.

 4. E’ meglio, per il PD, che il M5S governi con la destra di Salvini oppure che governi con il PD, sulla base di un programma contrattato, comprendente Europa e diritti civili ?

L’unica alternativa a un disimpegno del PD da responsabilità governativa è un governo tra il M5S e la destra. Vale la pena, non solo per il PD, ma per l’Italia?

5. E’ conveniente per il partito far fallire il tentativo del Presidente Mattarella di dare all’Italia un nuovo governo M5S-PD, cioè rinnegare anche l’ultimo esponente PD che ha ancora un ruolo di rilevo in Italia?

Forse è questa la domanda/risposta più convincente per indurre gli esponenti PD a sedersi al tavolo con Di Maio per stilare un programma condiviso di governo. In questa fase della storia d’Italia, chiunque, per poter fare il proprio gioco, è tenuto a percorrere la salita del Quirinale e sottostare alle condizioni di Mattarella. In primis, la direzione PD, il suo segretario reggente e quello dimissionario. Non solo perché nelle mani del nuovo Ghino di Tacco ci sono le carte del “governo del presidente” e dello scioglimento del Parlamento ma anche perché – a suo piacimento – potrebbe minacciare di dimettersi. E ciò per il suo partito di provenienza sarebbe l’apocalisse.

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