Cibo e comunicazione politica

È bastata la qualità del ripieno di un tortellino emiliano per scatenare un formidabile putiferio di contenuto comunicazionale-politico.

Andando per ordine, è notorio che la condivisione del cibo rappresenta una delle maggiori forme di intimità tra esseri umani; a tavola si sono consumati, gustando buoni piatti più o meno elaborati, accordi di ogni tipo, dal matrimonio al trattato internazionale, dalla transazione su confini proprietari alla vincita di una scommessa per una partita di calcio, solo per indicarne qualcuna.

Il cibo, quindi, è cura. Ma anche tradizione

Ogni paese ha le proprie ricette originali e gli ingredienti utilizzati sono sempre legati ai prodotti del territorio, anche se la moda televisiva ci offre sperimentazioni contaminatrici che poi, di fondo, devono pur sempre ubbidire a tradizioni piuttosto consolidate.

Chi di noi non ha una ricetta segreta e se ne compiace a tavola con parenti ed amici?

Il buon cibo, quindi, accoglie sempre

E proprio in nome dell’accoglienza, la curia bolognese ha modificato la formula del ripieno del classico tortellino che prevede anche l’uso della carne di maiale, vietata ai musulmani, limitandola al pollo, dimodoché gli immigrati potessero gustare questa notissima specialità italiana senza limiti di carattere religioso.

Pubblicata la notizia, si è scatenato l’inferno mediatico basato su articoli polemici, commenti al vetriolo e trasmissioni televisive dedicate.

Da una parte, si è difesa la tradizione culinaria in nome di un’iniziativa voluta dalla curia a favore dell’immigrazione, ma forse finalizzata a colpire chi la combatte politicamente; dall’altra parte si è evocato un atteggiamento democraticamente elastico che invece apprezza la disponibilità verso i deboli in nome dell’integrazione culturale.

Tutti sono intervenuti a disquisire sul caso: personaggi politici, giornalisti, cuochi e altri ancora in una specie di Torre di Babele dove il prezioso Made in Italy si è trasformato in un caso sociopolitico.

E in sintonia con tutto ciò, dopo pochi giorni, la ministra dell’agricoltura, ha completato l’opera politico-culinaria, offrendo pubblicamente al presidente degli USA una forma di parmigiano reggiano a mò di vassoio, guarnita con grappoli d’uva, chiedendogli sorridendo se ha mai assaggiato questa combinazione per “sentire quanto è buona”, così cercando di smorzare l’intenzione statunitense di far pagare dazi elevati sui nostri prodotti doc e dop.

Che dire, sembra un modo molto appetitoso di fare politica.

Certamente mai, come stavolta, si potrà più affermare che gli italiani non siano un “popolo di pancia”.

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