Ciàula, la paura del buio e la scoperta della luna

«Cosa strana; della tenebra fangosa delle profonde caverne, ove dietro ogni svolto stava in agguato la morte, Ciàula non aveva paura; né paura delle ombre mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le gallerie, […]: sapeva sempre dov’era; toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno. Aveva paura, invece, del buio vano della notte». Nel buio le cose si annullano e tutti i colori vengono assorbiti dal nero. Eppure c’è buio e buio. C’è quello in cui basta allungare la mano per riconoscere luoghi e oggetti consueti e quello che ci costringe a muoverci nel nulla, un nulla da cui potrebbe venire fuori qualunque cosa.

L’ultimo tra gli ultimi

Nella novella Ciàula scopre la luna (della raccolta Novelle per un anno), Pirandello presenta un personaggio che ha paura dell’ignoto e degli imprevisti che esso genera. Garzone in una cava di zolfo, compare sulla scena come un trentenne ingenuo. Un caruso troppo cresciuto, continuamente maltrattato e messo alla berlina dagli altri picconieri che fa della cava il suo porto sicuro.

Ciaula è uno di quei personaggi che, usando il linguaggio biblico, si possono annoverare tra gli ultimi. Ultimo perché povero, debole e sensibile in una società feroce e primitiva. Perfino Zi’ Scarda — vecchio picconiere a sua volta vessato dal prepotente Cacciagallina — lo tratta come un animale ammaestrato e lo costringe alle mansioni più umilianti: «si volse attorno a chiamare il suo caruso, che aveva piú di trent’anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com’era); e lo chiamò col verso con cui si chiamano le cornacchie ammaestrate». 

La cava

L’intera vicenda ruota intorno alla cava di zolfo, che nella novella viene paragonata a un «alvo materno». Essa infatti plasma le persone che ne scavano il ventre, le trasforma e determina il loro destino. La terra cruda e pietrosa ha la stessa consistenza delle anime dei picconieri. Duri, rudi, inclementi. Zi’ Scarda questo lo sa bene perché ha passato la vita nella zolfatara e lì dentro ha perso le cose più care che aveva. Sa che l’allegria dei carusi è destinata a finire con l’avvento della maturità. Sa che quei giovani diventeranno come lui, che per sopperire a un’aridità irrimediabile trattiene le lacrime per assaporarne fino in fondo la consistenza acquosa.

Per Zi’ Scarda lavorare nella cava è come vivere una notte continua. Non è così per Ciàula. La cava è il luogo che conosce meglio e in cui si sente più al sicuro. La lanterna che illumina i cunicoli e gli angoli delle gallerie è il suo sole. L’ingenuo caruso assume la realtà della zolfatara come l’unica possibile, non riesce a immaginarne una diversa. Ha invece paura del buio che sta fuori, lo percepisce come una dimensione sconosciuta in cui il pericolo è sempre in agguato. 

Il buio della notte

La paura nasce dal giorno in cui lo scoppio di una mina uccide il figlio di Zi’ Scarda e porta via il suo occhio. L’esplosione avviene di notte, tutti gli altri picconieri corrono a vedere cos’è successo. Ciàula si rifugia in un angolo della cava che solo lui conosce. Non ha paura di perdersi in una ragnatela di cunicoli e gallerie. Ma si sente terribilmente disorientato quando per caso si ritrova fuori dalla cava, sotto il cielo disseminato di stelle.

«S’era messo a tremare, sperduto, con un brivido per ogni vago alito indistinto nel silenzio arcano che riempiva la sterminata vacuità, ove un brulichío infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva a diffondere alcuna luce. Il bujo, ove doveva esser lume, la solitudine delle cose che restavan lí con un loro aspetto cangiato e quasi irriconoscibile, quando più nessuno le vedeva, gli avevano messo in tale subbuglio l’anima smarrita, che Ciàula s’era all’improvviso lanciato in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse inseguito».

La paura della notte si rinnova nel presente del racconto a causa di un carico da portare in superficie. Dopo una giornata di fatica, la tensione di scontrarsi di nuovo con l’entità sconosciuta e spaventosa del cielo notturno lo debilita. Risalendo in superficie Ciàula sente che il corpo cede. Poi, fuori dalla cava scopre la luna e sperimenta per la prima volta la meraviglia.

La luna come miracolo

La luna gli appare come un miracolo. Sapeva che esisteva ma non l’aveva mai vista perché o era a lavorare nella cava o dormiva tramortito dalla fatica. La osserva, si lascia invadere dalla sua dolcezza, si lascia commuovere dalla luce argentea che dà un nuovo volto alle cose: «Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore»

Da questo momento Ciàula non vive più l’ignoto come un vuoto in cui perdersi, ma come un orizzonte pieno di novità che smorzano la tristezza della sua condizione. La luna lo costringe a alzare lo sguardo dalle misere certezze di cui si è accontentato, a comprendere che c’è una luce più grande di quella fioca della lanterna. Una luce che accende una bellezza senza contorni, un imprevisto che rivela l’immensità oltre il mondo racchiuso nella cava di zolfo.

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