C’erano un inglese, un australiano e un italiano

C’erano i miei problemini linguistici, e si potrebbe pensare che non ci siano più. Ma anche se è da un po’ di tempo che ho smesso di tediarvi con loro, questo non significa che io li abbia risolti.

L’inglese continua ad apparirmi a tratti – ampi tratti – oscuro e nebuloso: difficile da comprendere, articolato da parlare. 

Nel corsi delle conversazioni ci sono sempre stralci che mi restano del tutto ignoti ma ormai mi sono arresa: prima o poi avverrà il miracolo ed anche io capirò tutto. Nel frattempo continuo a fingere una comprensione che non ho, tanto i britannici fanno finta di niente. 

Che poi, a ben vedere, se i britannici facessero la loro parte, se mi correggessero e se, quando rispondo fischi per fiaschi, me lo facessero notare, forse sarebbe tutto più facile. Ma loro niente, non collaborano nemmeno un po’ e si ostinano a simulare interesse a conversazioni che non capiscono e a non manifestare sgomento quando, ad esempio, se ti domandano “che ora è”, tu rispondi “sì, gran bella giornata”. Sono fatti così. 

D’altra parte i britannici vivono nell’erronea convinzione che la loro lingua sia parlata e compresa da tutti. E molti stranieri, dal canto loro, vivono nella erronea convinzione di parlare l’inglese: poi li senti e tu quasi ti sembri un madrelingua a confronto.

Arrendiamoci: l’inglese è una lingua difficile e chi la ritiene semplice è perchè non la conosce.

È così complicata e varia quanto ad accenti e pronunce che, addirittura, un britannico può non capire un americano ed un australiano può non comprendere un londinese. Davvero. Perchè, con buona pace di coloro che ne amano la musicalità, l’inglese, e ancor più l’americano e l’australiano, non sono lingue di parole: sono lingue di versi. Per chiarire: la maggior parte delle parole italiane è composta da due o più sillabe le cui lettere vengono pronunciate tutte e questo rende la parola armoniosa. 

L’inglese, invece, ha un numero straordinario di parole composte da una sillaba sola: cat, dog, sit, bit, good, green, been, duck, fun. Più che un suono sono un verso che devi cogliere al volo. 

Per non dire, poi, delle parole a due o tre sillabe dove, però, metà delle lettere non si pronuncia. Ma che ce le scrivete a fare? Tired, ad esempio, stanco: che la scrivi a fare così se, tanto, lo pronuncia “taid”? Che ce l’hai messa a fare sta “r”, per confondermi le idee? Così tu non mi capisci quando la pronuncio ed io devo imparare a distinguere il tuo verso. Perchè una parola grande come “cavallo” diventa “horse”, che di sillabe ne ha due ma diventa un verso di una sola, rigorosamente senza “r”? La “r” in mezzo alle parole sta quasi sempre lì per bellezza: non si pronuncia mai. 

Proprio come una barzelletta che comincia con: “c’erano… “

È un casino, ammettiamolo. E questi versi incasinano pure loro, britannici, americani ed australiani. Li ho visti. Ed è stato bellissimo. Sembrava una barzelletta di quelle che cominciano con “c’erano un britannico, un australiano e un italiano”. Più o meno, è andata così.

Vacanza, albergo piccolino e solo una decina di ospiti. 

Il proprietario, australiano, la sera dava indicazioni sulle escursioni del giorno successivo. Più che ascoltarlo io lo guardavo: ancora non riesco a farmi una ragione di come alcuni possano parlare americano o australiano senza quasi aprire la bocca. Ventriloqui mancati.

Fatto sta che l’essenziale lo capivo e per tutto quello che mi restava oscuro c’era Ammi a tradurre.

Per la coppia britannica era la prima sera: ascoltavano attenti e facevano domande. Che parlassero inglese era, per me, un atto di fede: a sentirli, potevano tranquillamente parlare ostrogoto.

“Accento un po’ rozzo” mi dice Ammi.

“Ma tu li capisci?” domando io.

“Sì, ho fatto pratica con le segretarie: parlano tutte così.”

Il Lui britannico era, per fortuna, di poche parole ma la Lei parlava tanto e alla velocità della luce. 

L’australiano spiegava che c’erano escursioni che avremmo potuto fare il giorno dopo.

La britannica fa una domanda nel suo britannico – ostrogoto.

L’australiano risponde che “per solito la manta si fa vedere”.

La britannica lo guarda perplessa e poi guarda Ammi.

L’italiano – Ammi – guarda lei, poi si gira verso l’australiano e gli dice:

“Lei ti ha chiesto a che ora finiscono le escursioni.”

L’australiano ringrazia l’italiano e dà alla britannica gli orari di ritorno.

Ed io mi sono fatta una ragione del mio analfabetismo: ma se questi non si capiscono tra di loro, sarà che c’è qualcosa di sbagliato nella loro lingua? 

Sì, è come ho sempre sostenuto: non sono io ad essere analfabeta, sono loro ad essere linguisticamente disturbati.  

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