Caso migranti: polemiche e accuse – Seconda parte

migranti2Qualche giorno fa, abbiamo illustrato, per sommi capi, le principali accuse recentemente rivolte da più parti alle organizzazioni non governative che si occupano del soccorso dei migranti in mare. Alle ong sono state rivolte un ventaglio di accuse, più o meno documentate: le loro navi contravverrebbero alle convenzioni internazionali, trasportando in Italia migranti salvati in acque internazionali e al limite delle acque libiche; il loro operato si sovrapporrebbe e contrasterebbe con le analoghe azioni delle autorità italiane; le ong potrebbero essere in collegamento con i trafficanti e non sarebbero chiare le loro fonti di finanziamento; infine, il loro scopo nascosto sarebbe quello di alimentare il business dell’accoglienza.

Nel precedente articolo abbiamo dato spazio soprattutto alla localizzazione degli interventi, che sarebbero effettuati al limite delle acque territoriali libiche (cioè a diverse centinaia di miglia dalla Sicilia), e a ciò che dicono le norme internazionali sul dovere di soccorso in mare. Esaminiamo ora le altre accuse.

Ufficialmente, tutte le azioni di soccorso sono coordinate dalla Difesa

La missione delle ong intralcia quelle del governo italiano? In realtà, tutte le operazioni sono coordinate dalla centrale operativa di Roma e sarebbe tale organismo a indicare per ogni singola nave il porto di sbarco dei migranti. Tale tesi è stata confermata sia dal ministro della difesa Pinotti che dall’ammiraglio Enrico Credendino, comandante dell’operazione militare europea Sophia. Quest’ultimo, alla commissione difesa del Senato, ha ribadito in pieno il coordinamento delle azioni di soccorso delle ong con l’operazione Triton e la NATO.

Peccato, però, che proprio l’operazione Sophia, di cui Credendino è il comandante, sia quella maggiormente avversata dalle ong. Sophia, infatti – in linea con i recenti accordi del Presidente del Consiglio Gentiloni e il premier libico Serraj – prevede che i militari italiani o NATO addestrino la marina libica a intervenire con l’arresto degli scafisti, in operazioni che configurano il soccorso con il ricondurre i migranti in territorio libico, in appositi campi. E ciò non sarebbe particolarmente gradito – quanto meno – a talune associazioni.

Daniela Padoan dell’associazione “Diritti e frontiere”, infatti, ha dichiarato: «le guardie costiere libiche, formate a bordo delle navi europee dell’operazione Sophia, in particolare dell’italiana San Giorgio, hanno cominciato a intercettare i gommoni dei migranti, ad affondarli e a riportare le persone ‘soccorse’ in centri dove sono sottoposte a detenzione arbitraria e a violazioni dei diritti, come inequivocabilmente denunciato dal rapporto Onu e da numerosi reportage».

Collusione con i trafficanti?

L’accusa più grave contro le ong, tuttavia, è quella di Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, l’Agenzia UE della guardia di frontiera e costiera, secondo cui l’azione delle stesse, proprio perché svolta al limite delle acque libiche, sarebbe un fattore di attrazione delle migrazioni, perché indurrebbe gli scafisti a utilizzare natanti più economici e pericolosi, dovendo percorrere solo poche miglia per imbattersi nei soccorsi. Su tali basi, il funzionario UE, avrebbe ventilato un collegamento delle organizzazione con i trafficanti.

I sospetti di Frontex sono stati accolti da Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania, città in cui ha sede l’agenzia europea, che ha aperto un’indagine in proposito, senza aver spiccato, per il momento, alcun avviso di garanzia. Zuccaro ha dichiarato alla stampa e alle TV di aver avuto notizie di collusioni tra alcune ong – il magistrato fa salve, comunque, le più note – e gli scafisti, ma di non poter utilizzare tali informazioni perché derivanti da fonti straniere sulle quali non ha giurisdizione.

Zuccaro sta investigando anche sulla presunta poca chiarezza delle fonti di finanziamento delle organizzazioni. Su tale argomento, le ong si difendono ribadendo di essere coordinate dalle autorità italiane e opponendo la trasparenza e la pubblicità dei loro bilanci.

Recentemente, i dubbi e i sospetti espressi dal procuratore Zuccaro di collusione delle ong con scafisti e trafficanti, hanno suscitato reazioni negative in gran parte della stampa e del mondo politico: «parli con gli atti» gli ha risposto il candidato alla segreteria del PD Andrea Orlando, ed «eviti di rilasciare interviste basate solo su supposizioni».

Nel frattempo, esseri umani continuano a morire in mezzo al mare

Ci sarebbe, infine, l’accusa di alimentare il “business dell’accoglienza”, secondo quanto è sostenuto nel libro “Profugopoli” di Mario Giordano. Secondo Riccardo Gatti di “Proactiva open arms”: «la verità è che se non ci fossero dei morti in mare noi non saremmo lì» e le accuse rivolte alle ong non potranno mai negare «che le persone continuano a morire».

Anche Ruben Neugebauer, portavoce di “Sea Watch”, si è espresso con dichiarazioni di tenore analogo: «Non ci vogliono in mare perché sanno che non solo salviamo vite umane, ma siamo anche un occhio libero e indipendente che monitora quanto sta accadendo in Libia. Mentre i leader europei vogliono eliminare il problema dell’immigrazione facendo in modo che i migranti restino in Libia in condizioni disumane».

Noi, nel nostro piccolo, riteniamo che, per giudicare il caso, debbano essere tenuti presenti in ogni caso due fondamentali principi. Il primo è contenuto nella Costituzione della Repubblica Italiana, che all’art. 10, testualmente recita: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Il secondo è il principio evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”. E, sinceramente, se ci trovassimo in mezzo al mare a rischio affogamento, desidereremmo trovare qualcuno che lo applichi, indipendentemente dalle sottigliezze burocratiche o dalle differenziazioni politiche.

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