British aplomb, beato chi lo ha

Quando si vive in un paese straniero, a parte la lingua, si è portati ad apprendere anche alcuni comportamenti tipici del popolo ospitante. Ammi ed io, attorniati dai britannici, abbiamo imparato, dopo anni, ad apprezzare il loro rigore, la loro correttezza e, soprattutto, il loro meraviglioso aplomb. È straordinario vederli rimanere impassibili di fronte a tutto: se stai dicendo loro che hai la lebbra o che  brulichi di pidocchi, se ti lamenti del servizio o rimandi indietro un cibo dichiarando che è disgustoso, loro si limitano ad ascoltare, annuire e a proferire un apparentemente contrito “I’m sorry”. In sostanza, se ne fottono. Tu lo capisci chiaro che proprio non gliene frega niente ma che vuoi dirgli? Quelli fingono che è una bellezza! Aplomb. E a forza di trovarsi faccia a faccia con questo aplomb, qualcosa ti entra dentro e senti di poterla avere anche tu questa meravigliosa disinvoltura britannica, capace di farti affrontare qualsiasi difficoltà con eleganza, signorilità, sicurezza.

Poi, un giorno, la vita ti permette di farne sfoggio.

Ma andiamo per gradi.

Uno dei mille giri di lavoro conduce Ammi a Parigi.

“Amore, vieni anche tu?” mi chiede e voi penserete “e c’è anche da domandarlo?” ma quello che voi non sapete è che accompagnare Ammi non significa solo Paris, la Ville Lumière e roba varia: significa anche cene tra economisti, in buona parte accademici. Voi continuerete e pensare “e allora? Che bello essere attorniati da cotanta cultura” e sì, per carità, bellissimo. Ma quando tutta questa cultura è incanalata in una materia che vi interessa fino ad un certo punto e quando, per di più, è rappresentata da una schiera di quasi centenari anglofoni, arzilli quanto vuoi ma sempre ad un passo dall’al di là, ecco, la cena inizia a presentare aspetti meno entusiasmanti. A dir la verità, c’è sempre qualche cinquant’enne, che nella massa pare un neo laureato, con il quale poter parlare anche d’altro, ma non c’è nessuna certezza di trovartelo seduto affianco. È come una roulette russa: se sbagli tavolo, sei spacciato.

Fatto sta che cedo alla lusinga di Paris più che all’amore per Ammi, e vado a Parigi dove rimaniamo imbottigliati nel traffico per un’ora e mezza e arriviamo a cena quando tutti sono ormai seduti. Guardo i posti rimasti liberi e capisco: è la fine.

Mentre mi siedo, sorridendo ai commensali e salutando quelli che già conosco, dentro di me sono già morta: parleranno, tutta la sera, di accademia e astrazioni economiche. In americano. Uno spasso.

È tutto molto quieto fino a quando un movimento del tavolo fa rovesciare un bicchiere di champagne sul completo immacolato di Ammi il quale, con grande eleganza, piega la testa a guardare il suo abito fradicio, sorride, si alza, tampona le macchie con un tovagliolo, toglie il portafogli dalla tasca, lo asciuga, lo appoggia sul tavolo, si risiede e riprende a parlare come se nulla fosse. Che aplomb!

La serata prosegue tra interessanti conversazioni sui rischi di credito e appassionanti racconti di corsi universitari; finalmente, ci salutiamo e sono sul taxi, insieme ad Ammi, diretta in albergo, stanchissima, quando lui dice:

“Non trovo il portafogli.”

“Sarà in una delle tasche” rispondo, chè tanto è sempre così.

“Non c’è.” continua lui mentre tasta ogni parte di se stesso.

“Sarà nella tua borsa da lavoro”, continuo, poco interessata all’ennesimo allarme perdita, perchè Ammi perde telefoni e soldi con una certa frequenza, salvo poi ritrovarseli addosso.

“Non è nemmeno qui.”

“Fai guardare me.” dico con la superiorità femminile che sottende “tanto lo sappiamo che siete tutti ciechi”.

E invece niente: il portafogli non c’è nè nei suoi indumenti nè nella sua borsa.

“Ce l’hai tu.” dice lui, tipica accusa che ogni uomo rivolge alla propria donna quando non trova qualcosa.

“Perchè dovrei averlo io?” rispondo mentre frugo nella mia immensa borsa dove c’è di tutto, uno scialle, bottiglie d’acqua, fazzoletti di carta, caramelle, passaporto, chiavi, un libro, lucida labbra, penna, matita, un metro, auricolari, cellulari, un foulard, le gomme ma non il suo portafogli.

“L’ho lasciato sul tavolo!” si illumina lui, “È rimasto al ristorante.” e mentre facciamo fare dietrofront al tassista, Ammi telefona per avvertire; si sente rispondere che no, non hanno trovato niente.

“Non è possibile” insiste, “ deve essere lì per forza. Lo avranno rubato.” conclude con la stessa naturalezza con cui poteva dire “andiamo a bere un caffè”.

“È lì” dichiaro io, certa come se lo vedessi “chiamiamo l’organizzatore della conferenza.”

Arriviamo davanti al ristorante e, schierati in parata, ci stanno aspettando il personale di sala, il maître, il direttore del ristorante, l’organizzatore della conferenza, il Preside della facoltà che la ospita ed un paio dei suoi collaboratori, tutti a cercare, sopra e sotto i tavoli, ma niente, quel piccolo portafogli nero non c’è.

“Era sul tavolo”, dice Ammi, manifestando una padronanza di sè che avrebbe fatto invidia ad un britannico.

“Non preoccuparti, amore, ci penso io: chiamiamo la polizia” dico con un garbo tutt’altro che britannico, ad alta voce, per farmi sentire dal gruppo di camerieri tra i quali, di certo, si annida il colpevole chè, si sà, in casi come questo, è sempre uno di loro. 

Mentre affronto, spavalda e senza timore, gli sguardi carichi di odio del personale di sala, mi piego a prendere il cellulare nella borsa e, guarda tu che sorpresa, quel dannatissimo portafogli nero è lì che mi guarda, nascosto tra gli auricolari, una penna, le caramelle e la piantina di Parigi (c’era anche quella, oltre alla guida).

“Amore!” grido.

“Lo hai trovato nella borsa?” chiede Ammi, guardandomi con immotivata gratitudine.

“Eccolo.” e mentre qualcuno mormora “glielo volevo dire di guardare nella borsa della moglie” rimango immobile, domandandomi se sia meglio entrare e scusarsi o fuggire rapidamente. 

Aplomb! mi sono detta a questo punto, “Contegno! Pensa come un britannico!” e, a testa alta, con passo deciso e con la stessa espressione che avrebbe avuto un inglese in un frangente simile, ossia sorriso stereotipato, bocca leggermente socchiusa, occhio allargato come a dire “non capisco come sia potuto succedere proprio a me”, sono entrata, con Ammi al seguito, entrambi ci siamo scusati e, a differenza dei britannici, abbiamo lasciato una generosa mancia. 

Però, che vi devo dire? ci sono cose che, evidentemente, o le impari da bambino o non ce la fai proprio, perchè il desiderio di essere ingurgitata dal pavimento si è rapidamente impossessato di me, mentre i camerieri mi guardavano pensando cose che non sarebbe bello scrivere. Lentamente, il sorriso mi è venuto meno, gli angoli della bocca si sono piegati all’ingiù e sono uscita dal ristorante camminando a marcia indietro, inchinandomi, prostrata, davanti al personale e mormorando “Pardon! Pardon!” (chè a quel punto cerchi di ingraziarteli un po’ usando la loro lingua, è il minimo). Mi sentivo uno schifo. Ho solo avuto il tempo di annotare, mentalmente, il nome del ristorante dove, per ovvi motivi, non sarà mai più opportuno tornare.

Niente da fare, è chiaro che questa cosa dell’aplomb non si impara così, per emulazione: è come con la lingua britannica, la devi esercitare e ci vuole tempo, tanto tempo. 

Ed io ho ancora molto da imparare.

N.d.A.

Come fosse finito il portafogli nella mia borsa? Lo ho chiesto anche io ad Ammi, il quale era troppo contento di averlo ritrovato per prestare attenzione a quel “dettaglio”.

Pare che, dopo essere stato annaffiato di champagne, lui abbia messo il portafogli nella mia borsa anzichè lasciarlo sul tavolo come ricordava. 

Io caldeggio quella ipotesi perchè la seconda, che il giorno successivo andava per la maggiore tra i partecipanti alla conferenza (per inciso, è incredibile come questi accademici, votati ai massimi sistemi economici, siano così interessati ai pettegolezzi, c’è da restarci male a scoprire quanto possano essere superficiali!), è che sia stata io, fedele compagna e prudente ancella, a vedere il suo portafogli sul tavolo e, meccanicamente, infilarlo nella mia borsa.

E mentre io avrei ucciso per molto meno – come dicevo, ho ancora molto da imparare in fatto di aplomb – Ammi non ha dato alcun segno di odio o di insofferenza nei miei confronti ed anzi, è parso grato. 

Scoccia ammetterlo ma, quanto ad aplomb, quell’uomo mi sta avanti di brutto.

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