Brexit? Of course!

L’accordo per Brexit è stato presentato, si sono dimessi un paio di ministri e, a guardala da fuori, sembra un gran casino. “Che aria si respira lì?” mi chiedono in molti. Non voglio deludervi, ma qui non si respira nessuna aria particolare, nessuna forte emozione.

Il vero shock è stato l’esito del referendum di due anni fa; superato quello, metabolizzata Brexit, ci siamo messi l’animo in pace: “brexeremo”, non ci sono Santi. Ed i residenti europei saranno protetti, come l’Home Office continua a scrivere e come la bozza appena presentata conferma. Chi vive in UK, regolarmente, da almeno 5 anni, avrà il diritto di rimanerci e di farsi raggiungere dai familiari. Non pensiate che lo facciano per generosità chè, si sa, i britannici non sono generosi. Sono pigri, immensamente pigri: sono quelli che alle 5 del pomeriggio, cascasse il mondo, abbandonano l’ufficio e si infilano in un pub, sono quelli che certi lavori non li faranno mai e poi mai. Vi siete mai chiesti perchè è così facile trovare lavoro come barista, cameriere, lavapiatti? Perchè ai britannici non piace, probabilmente  ritengono inaccettabile servire il prossimo, sono loro a dover essere serviti. C’è poco da fare, hanno l’animo del colonialista, non è colpa loro: è la Storia che li ha resi così. 

Fateci caso, quando venite a Londra: ad eccezione dei pubs, istituzione tutta britannica, chi vi servirà in bar e ristoranti sarà molto spesso un italiano. E questo ha alimentato il falso mito che “in Inghilterra si trova lavoro subito”: sì, è vero, ma dipende dalle aspettative ed ambizioni personali. Quando vengo servita da ragazzi italiani laureati, non mi capita mai di pensare “vedi che fortuna, qui hanno trovato lavoro”. Sarò strana.

Certo, ci sono anche coloro, tanti, che qui hanno sviluppato fiorenti attività imprenditoriali o che lavorano nella finanza, e anche questi fa comodo tenerli qui: sono coloro che rimangono a lavorare mentre i colleghi britannici si rilassano nei pubs, sono quelli che, silenziosamente, permettono a questo Paese di crescere. Voi li mandereste via? No, e nemmeno i britannici.

Così eccoci tutti qui, rassegnati a Brexit e tranquilli del nostro diritto di residenza.  Una sola cosa ci preoccupa davvero: le possibili file in aeroporto, all’indomani di Brexit. Speriamo saranno evitate grazie alla carta di residenza permanente. 

E poi cosa succederebbe se fossimo costretti a lasciare la Gran Bretagna, magari per lavorare altrove, e poi volessimo tornare qui? Ci farebbero rientrare e ci assumerebbero senza problemi o stabiliranno regole rigide simile a quelle americane? In USA assumere uno straniero richiede un procedimento complesso: l’azienda deve dichiarare che Tizio, non americano, ha caratteristiche e qualità di cosi alto valore da giustificare la sua assunzione al posto di un cittadino. Se fosse così anche in UK sai che caos! E allora in molti hanno richiesto il passaporto che non viene negato a nessuno che viva qui da 5 anni, parli inglese, super un test sulla cultura britannica e paghi 1.300 pounds per le spese del procedimento.

Tuttavia questa è una precauzione estrema: è chiaro a tutti che Brexit sta facendo emigrare il mondo della finanza in altre sedi europee e per un paese che non ha altro che quella, bè, non è una prospettiva piacevole.

La May perde ministri, il suo governo si indebolisce e, quasi una volta al mese, ci sono marce anti Brexit ma, a conoscere i britannici, le chances che possano cambiare idea sono prossime allo zero. È una lotta tra le due grandi caratteristiche dei britannici: la propensione alla tirchieria da un lato, l’anima colonialista tendente al razzismo dall’altro. Non è per parlarne male, sapete che, ormai, sarà la sindrome di Stoccolma, io li amo. È che davvero i britannici sono posseduti dalla scintilla coloniale: loro non pagano, vengono pagati e non obbediscono, comandano, lo pretende il loro DNA. 

Brexit, per questo popolo, non significava altro che “basta essere sottomessi a regole altrui e fuori gli stranieri da casa nostra, perchè vengono qui a sfruttare i nostri benefit ed a scroccare la nostra assistenza”. Poi hanno capito che questo li avrebbe costretti a mettere mano al portafogli e no, pagare non era nei piani. Ed ecco le marce anti- Brexit che, in realtà, non significano “ci piace l’Europa” ma sottendono solo “non vogliamo pagare, lasciateci dentro che ci costa meno!”.

Però non c’è niente da fare, è talmente forte il fastidio per la parziale sottomissione cui l’Europa li costringeva che non torneranno mai indietro: poco importa che le banche stiano spostando il loro personale ad Amsterdam, Dublino, Parigi o Francoforte, poco importa che i grandi palazzi della finanza si stiano lentamente svuotando, meglio essere un ”poor master than a rich servant”, un padrone povero che un ricco servo, come ha detto Sir Michael Cain, noto attore e grande sostenitore di Brexit.

Io non voglio rispondergli: ammesso e non concesso che Sir Cain parli italiano, non potrebbe avere una conoscenza così dettagliata del peggior frasario portuale che utilizzerei e non mi piace approfittare delle deficienze altrui. Quindi, in ogni caso, non gli potrei rispondere.

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