Brexit: ipotesi rinvio?

Tu guarda come vola il tempo quando si deve “brexare”! 

Sono passati quasi tre anni dal referendum ed i britannici sono ancora dentro l’Europa ma con un piede sulla porta, pronti ad uscire ma non del tutto, come quegli ospiti che, a fine serata, infilano il cappotto ma poi rimangono a parlare sulla soglia, in piedi.

Il problema è prettamente economico. E politico

Quando, baldanzosi, a giugno del 2016 i britannici avevano votato per lasciare l’Europa, non avevano fatto i conti molto bene, accecati dalla gioia di tornare liberi di spendere le loro sterline come meglio credevano. Sembrava che l’Europa fosse unicamente un peso che questo popolo conquistatore aveva sopportato, per anni, per pura generosità. E sembrava fosse giunta l’ora di dire basta a questa onerosa ed inutile alleanza.

Guarda, però, come le cose possono essere diverse da quelle che appaiono: a conti fatti, l’effetto Brexit non si è rivelato, ad oggi, positivo, con la sterlina che ha perso il 12% sull’euro, ed il mondo della finanza che sta abbandonando il Paese. 

Tuttavia non è questo il problema, le previsioni dicono che, in massimo cinque anni, il costo di Brexit sarà ammortizzato

Il problema, adesso, è il deal: ad un mese dalla data di divorzio con l’Unione Europea, la House of Commons non ha ancora votato un accordo e l’idea di divorziare senza non piace a nessuno.

La partecipazione all’Unione Europea, infatti, ha garantito alla Gran Bretagna intese economiche delle quali hanno beneficiato tutti, imprese e privati; un’uscita senza nuove regole farebbe venire meno tutti gli accordi, senza un periodo di transizione e senza certezze per il futuro. 

Il che significherebbe, almeno per un certo periodo, addio ad intese commerciali che regolano i costi delle importazioni. 

Per non parlare del problema, ancora irrisolto, del confine tra le due Irlande.

Per non dire, poi, che i britannici si ritroverebbero prigionieri della loro isola, perchè per andare in Europa avrebbero bisogno di un visto, il cui costo è previsto in circa 52 pounds. E le attese per il rilascio potrebbero essere, almeno nei primi mesi, molto lunghe. 

Andare all’estero con la macchina, inoltre, richiederebbe ulteriori certificazioni assicurative ed una patente internazionale e portare cani e gatti al seguito sarebbe quasi impossibile per lungo tempo: servirebbe un’attestazione di vaccinazione ad hoc e le associazioni di veterinari hanno già spiegato che ci vorrà tanto, tanto tempo  per rilasciarle. Insomma, addio vacanze estive in Europa, per quest’anno, perchè, per quanto organizzati, difficilmente riuscirebbero a risolvere tutti i loro problemi in così breve tempo.

Tutto questo, però, riuscirebbero a sopportarlo.

Il prezzo di un’uscita senza deal, invece, quello no, nessuno è disposto a pagarlo. Perchè sarebbe il caos, perchè ogni attività andrebbe rinegoziata singolarmente in assenza di patti collettivi, perchè si potrebbero perdere i benefici raggiunti fino ad oggi. Un esempio banale è il roaming telefonico: Vodafone, O2, EE, grandi compagnie telefoniche, rassicurano di non aver intenzione di reintrodurre costi aggiuntivi e che, a questo scopo, stanno lavorando con le aziende telefoniche europee, ma certezza, ad oggi, non c’è. 

Così serve un deal e su questo sono tutti concordi, ma in modi diversi.

Theresa May continua a ripetere che un accordo esiste e basta firmarlo. Ma il fatto che voli di qua e di là per incontrare Donald Tusk, attuale Presidente del Consiglio europeo, fa pensare che non sia così convinta della bontà delle intese raggiunte. Di certo sa di non avere i numeri per farle approvare, visto che, per la terza volta, ne ha rinviato il voto.

Jeremy Corbyn, leader laburista, ha alzato la voce: se non si raggiunge un accordo, che si faccia un secondo referendum. È, chiaramente, una provocazione ed una mossa politica: Corbyn sa di non avere i numeri per far votare un secondo referendum, anche il suo partito gli volterebbe le spalle, ma, in qualche modo, deve sfruttare la debolezza di Theresa.

Ora, non voglio fare la solita italiana, ma la soluzione è lì, facile facile, a portata di mano, e noi italiani ci saremmo arrivati già da tempo: chiedere un rinvio. 

Se fosse successo in Italia, avremmo risolto tutto in un attimo: uno del triumvrato  Conte – Di Maio – Salvini sarebbe andato da Tusk a dirgli “Donald, scusa ma abbiamo fatto tardi, ci serve più tempo, rimandiamo l’uscita”. E avremmo pensato: tanto a maggio si vota per il rinnovo del Parlamento Europeo e, magari, con quelli nuovi si tratta meglio.

In effetti anche tre ministri del governo britannico, Greg Clark, Amber Rudd e David Gauke, rispettivamente ministro dell’Industria, del Lavoro e della Giustizia si sono espressi in questo senso: o si raggiunge un accordo entro il 13 marzo o l’uscita dall’UE va ritardata. 

Ma il rinvio sarebbe uno smacco per la May e per i Tory, la conferma che il loro operato non ha soddisfatto il paese. E in UK i politici che sbagliano e deludono pagano pegno e perdono consensi. Perdono, addirittura, le elezioni.

In Italia questo problema non lo avremmo mai avuto, noi abbiamo la memoria corta e possiamo dimenticare qualsiasi cosa, perfino di essere stati offesi, se anche gli orgogliosi sardi sono riusciti ad eleggere un candidato appoggiato dalla Lega. Ma sì, certo, Christian Solinas è il segretario del Partito Sardo d’Azione. Allora, forse, la memoria corta ce l’ha lui.

In Gran Bretagna, invece, si ricordano ogni cosa e Brexit costerà molto, a tutti.

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