Boris Johnson ed i 21 ribelli

È passato poco più di un mese dal trionfale ingresso di Boris Johnson alla guida dei Tory ed a Downing Street ed è già record: in così breve tempo è riuscito a perdere sia la maggioranza alla Camera dei Comuni sia 21 deputati, tra i quali spiccano nomi eccellenti come quello di Philip Hammond. Straordinario. 

Da italiani, è bello vedere che non sono solo i nostri politici a far ridere.

Ma andiamo per gradi.

Boris è da sempre un accanitissimo sostenitore di Brexit: l’uscita dalla UE, per lui, non ha prezzo, deal o no deal non ha importanza, basta che si esca. 

Il 31 ottobre è il termine entro il quale la Gran Bretagna dovrà uscire dall’Europa ma l’accordo raggiunto da Theresa May non è piaciuto e di accordi nuovi non c’è traccia: trattare con l’Unione non deve essere facile come Boris, forse, aveva pensato.

Pare, tuttavia, che a lui poca importi: il suo pallino fisso è brexare, brexare ad ogni costo.

Parallelamente, si stanno negoziando nuove intese commerciali con gli Stati Uniti che, nelle previsioni degli adoratori di Brexit, supplirebbero alla perdita di quelle attualmente in vigore con l’Europa. Come a dire: non solo potremo fare a meno dell’Europa ma, addirittura, andremo a stare meglio.

Peccato che sia stato reso noto un report del governo secondo il quale uscire senza deal comporterebbe una serissima crisi economica (…ma dai? Che strano per un paese che non produce niente ed importa tutto).

Lo scenario ha spaventato i britannici: carenza di medicinali, aumento del prezzo  di generi alimentari e di prima necessità, difficoltà a viaggiare, sterlina a picco. Bè, per deprezzare la sterlina stanno già facendo molto e con enorme successo.

Insomma, il no deal sarebbe una tragedia che non sono in molti a voler affrontare. A parte Boris.

Figlio d’arte, – il padre, anche lui giornalista come lo è stato il figlio e poi scrittore, è stato parlamentare europeo Tory dal 1979 al 1984 – Boris ha modi rozzi che marcano la differenza con il suo predecessore ma, quanto a risultati concreti, la situazione è rimasta invariata: l’unico deal sul tavolo è quello raggiunto dalla May. 

Boris deve, quindi, aver pensato: ma perche trattare con questi inutili europei? Il 31, deal o no deal, io voglio andarmene. Allora chiedo lo shut down della House of Commons, ossia lo scioglimento del parlamento per cinque settimane (il periodo più lungo che si ricordi), così decido tutto io e facciamo prima.

E così ha fatto.

È probabile che la Regina Elisabetta, che ha acconsentito allo scioglimento perchè altro non poteva fare, stia fortemente rimpiangendo i tempi di guerra: faceva meno fatica allora, a governare. Per non dire, poi, che la guerra l’hanno pure vinta mentre qui, con Brexit, le previsione non sembrano così rosee.

Comunque, dal 9 settembre fino al 14 ottobre il Parlamento è sospeso e Boris avrebbe potuto decidere da solo in merito a Brexit.

E poi, martedì, la clamorosa, sconfitta: la Camera dei Comuni, con una maggioranza di 328 a 301, ha deciso di assumere il controllo dell’agenda parlamentare, ossia di decidere quali provvedimenti votare nei prossimi giorni.

Così ieri si è discusso il disegno di legge che prevede di obbligare il Governo a trovare un accordo per Brexit. In caso contrario, si dovrà chiedere un ulteriore rinvio all’Europa. Insomma: senza accordo non si esce.

Non ci sono dubbi sul fatto che Boris Johnson, sconfitto anche grazie al voto dei 21 ribelli del suo partito, abbia fatto una figura tremenda.

L’aggettivo che usava il Guardian per definirlo è clown, pagliaccio.  

Poi è intervenuto il Financial Time. In difesa. Dei pagliacci. 

“Chiamare Johnson clown non è rispettoso nei confronti dei pagliacci”, ha titolato. Non so se rende l’idea della stima di cui gode il Primo Ministro. Che, nel frattempo, si è visto bocciare anche la richiesta di indire elezioni anticipate ad ottobre. Non gliene va bene una. D’altra parte, in un paese dove la gente si comporta seriamente, essere un arruffa popolo non paga.

Ammirazione va, invece, tributata ai 21 Tory ribelli: la sanzione in cui sono occorsi è il divieto di candidarsi con i Conservatives, quindi con il loro partito, alle prossime elezioni. Come a dire, carriera politica  finita o, almeno, sospesa per lungo tempo. Ma, per il bene del paese, lo hanno fatto.

Quindi, anche se Brexit ci sta facendo tanto ridere, i politici britannici meritano sempre rispetto perchè lavorano onestamente, rispettando ed onorando il loro paese. A fatti, non a parole.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Per inserire il commento devi rispondere a questa domanda: *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.