ATAC: non aprirà nemmeno sotto elezioni la stazione San Giovanni della Metro C

8648B945-C552-45F9-869C-402092377A4BEra buona norma delle “sane” amministrazioni della prima repubblica – ma anche della seconda – concentrare le inaugurazioni di grandi e piccole opere in periodo di elezioni. Saggezza politica, infatti, prescrive che il consenso popolare vada concentrato in coincidenza con il momento di massima efficacia della sua espressione: il giorno del voto.

L’amministrazione capitolina a 5 stelle, invece, sta dimostrando di non sapere assimilare nemmeno queste poche massime di “saggezza”: la stazione San Giovanni della Metro C, nonostante le promesse più volte formulate, non aprirà i battenti nemmeno il 4 marzo, giorno delle elezioni politiche nazionali e amministrative regionali del Lazio. Come da notizia riportata quattro giorni fa da “Il Fatto Quotidiano”, sembra che il pre-esercizio del breve tratto Piazza Lodi-San Giovanni, obbligatorio per legge, non sia ancora iniziato. Dovendo durare almeno 45 giorni, ecco che – conti alla mano – il 4 marzo non sarà terminato e il presidente della commissione di collaudo, Andrea Monorchio, ha già dichiarato di non voler autorizzare alcun “accorciamento” delle procedure previste dalla legge.

La metro C: una linea che la sindaca non ha mai amato

E’ passato ormai quasi un anno quando una Virginia Raggi trionfante presentava (31 marzo 2017) la stazione della metro C alla stampa, dichiarando l’ormai “imminente” apertura. A dire il vero, anche in quella occasione ci sarebbe stato poco da essere trionfanti. Dalla conferenza stampa, infatti, emergeva che – se apertura ci fosse stata – avrebbe riguardato soltanto una parte del nodo metro San Giovanni con relativa coincidenza tra le linee A (Anagnina-Battistini) e C (proveniente da Pantano). Ancora per circa due anni, infatti, i passeggeri, per trasbordare da una linea all’altra, avrebbero dovuto uscire in superficie per poi rientrare in stazione, ripagando – i non tesserati – il relativo biglietto. Ora i “circa due anni” sono diventati “almeno tre”.

E’ una linea – la C – che l’amministrazione Raggi non ha mai amato, pur attraversando quelle periferie che, alle comunali di due anni fa, ne hanno dichiarato il suo trionfo elettorale. Dopo aver sparato a zero contro presunte irregolarità nelle gare di appalto, per quanto riguarda la tratta aperta dal suo predecessore Ignazio Marino (17,5 chilometri), Raggi ha più volte dichiarato che il prolungamento della linea, da San Giovanni a Fori Imperiali, difficilmente sarà ultimato durante il suo mandato e di quello ulteriore, sino a Clodio-Mazzini, non ne vuol sapere.

Politica della mobilità: “fallimentare”

7224D38B-2EC1-47A1-A1C9-63BC98D4090BMa non è solo la linea C il punctum dolens dell’amministrazione Raggi: tutta la sua politica della mobilità si è rivelata un fallimento. Non a caso, dall’anno scorso, i libri sociali dell’ATAC sono finiti in tribunale. Saranno i giudici a decidere se il comune sia ancora in grado di proseguire nella gestione del trasporto pubblico cittadino oppure no.

“Concordato preventivo” è il nome tecnico di questa procedura fallimentare. Il titolare della società (in questo caso, il comune), non riuscendo a far fronte ai propri debiti, propone al tribunale di convincere i creditori ad accontentarsi soltanto di una parte di quanto eccepito. Il comune ha proposto il minimo, cioè soltanto il 20% del debito ATAC (130 mil.ni anziché 1,3 mil.di di euro!). Diversamente, ha dichiarato di non essere in grado di proseguire nel servizio. Inoltre, il comune ha presentato un piano di “riorganizzazione” che prevede la vendita di gran parte del patrimonio ATAC (19 ex-rimesse, di cui sette immobili già in dirittura) e il drastico taglio di tutte le linee non remunerative, per la quasi totalità periferiche.

Peccato che il maggior creditore dell’ATAC è proprio il comune che, accettando l’abbattimento del proprio credito al 20% aprirebbe una ulteriore voragine nel proprio bilancio. Per lo stesso motivo, non potrà essere il comune a “riacquistare” le ex-rimesse per mantenerle ad uso pubblico. Gli immobili finiranno ai privati, previo cambiamento della destinazione d’uso.

Lavoratori in stato di agitazione permanente

In agitazione permanente sono i lavoratori, poiché temono che il taglio delle linee comporti una corrispondente riduzione della forza lavoro e relativi licenziamenti. Le “cassandre”, inoltre, temono anche per i propri stipendi (arretrati ancora non pagati compresi), anche se la sindaca ha tentato di rassicurarli.

Per il momento, il tribunale fallimentare prende tempo, prima di decidere se accettare il concordato preventivo o dichiarare il fallimento, con la conseguente cessione all’asta del servizio cittadino, anche frazionata. Nel frattempo, i radicali hanno presentato richiesta di referendum per la privatizzazione del servizio di trasporto, che si terrà, probabilmente, nel mese di giugno. In ogni caso, difficilmente un privato potrà accettare di gestire la mobilità a Roma, mantenendo le tariffe attuali.

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