Aneddoti britannici: sarà un’ernia del disco?

Ve lo dico sempre quanto siano educati e garbati i britannici e quanto tengano alla forma ed alla educazione.

Vi ho anche detto, più volte, che ammalarsi qui ed aver bisogno di essere curati non è bello. Tuttavia, se hai un’assicurazione sanitaria che ti semplifica la vita, sei portato a credere che sarai curato bene e con il massimo della educazione. Così quando, con buona pace della nostra redattrice Simona Mazza e dei suoi consigli generosi, mi è tornato il torcicollo, ho pensato: ma sai che c’è? Io chiamo l’assicurazione e mi faccio visitare privatamente. Il binomio assicurazione privata più educazione britannica prometteva risultati strabilianti.

Il primo passo è sempre il più complicato: telefonare. E capire. Ora, finchè si tratta di parlare con Vodafone o con chi mi consegna la spesa a domicilio, oso senza timore; con l’assicurazione, però, non me la sono sentita: è un attimo non capire un accidente e ritrovarsi ad essere visitata da un perplesso andrologo. 

È stata Clodia a chiamare, dichiarandosi me per semplificare le cose. Ed è stato bello vederla corrugare la fronte nello sforzo di comprendere l’interlocutore.

“Mamma mia, Vale,” mi ha detto alla fine “questo parlava scozzese con l’accento indiano. Facevo fatica.” e, per l’ennesima volta, ho pensato “meno male che ho te, Clodia!”.

La seconda telefonata la ha fatta Ammi:

“Facciamo presto che non ho tempo.” ha esordito con il garbo di quello che ha fretta e ritiene che tu sia solo una scocciatura.

“Trovalo, il tempo, perchè il centralinista dell’assicurazione parla complicato.”

“Parla inglese, sei tu che non capisci. E poi mica ce ne sarà solo uno di centralinista.” ha continuato Gentleman.

“Come credi. Intanto chiama e fissami l’appuntamento.”

Potete immaginare con quale crescente gioia ho visto Ammi spalancare gli occhi in segno di stupore, vero? Lo scozzo-indiano aveva colpito ancora. Che momento di felicità! E pazienza che mi abbia fissato appuntamento con il dottore sbagliato e nel posto sbagliato, valeva la pena per averlo sentito esclamare:

“Ma come parla quello? Glielo volevo dire, ma ti rendi conto dell’accento che hai?”

“Parla inglese, sei tu che non capisci.”

Comunque sia, quattro o cinque telefonate dopo, sono riuscita a fissare l’appuntamento con il bellissimo Dottor Syed, ortopedico specializzato nel mal di schiena.

Ovviamente io sono arrivata puntuale e pure lui; abbiamo parlato di me, dell’Italia e del mio mal di schiena e, prima ancora di avermi visitata, ha espresso il dubbio che io possa avere un’ernia del disco.

“No!” ho esclamato, intontita da lui, dalla lingua britannica e dalla diagnosi.

“Ce l’hanno in tanti” mi ha detto, e se cercava di consolarmi non ha funzionato, “però non preoccuparti perchè, di solito, guarisce con la fisioterapia. Intanto ti prescrivo una risonanza magnetica e poi fissi un altro appuntamento con me e vediamo.”

Il giorno dopo, grazie alla meravigliosa organizzazione britannica, mi sono ritrovata nel tubo della risonanza magnetica: due ore da incubo. Hai voglia a dire che hai le cuffiette con la musica. Un accidente! Stai sdraiata dentro un tubo largo poco più di te e in un frastuono assordante. Non è bello, davvero.

“Usano ancora le macchine per la risonanza chiuse?” mi dice mio padre, dopo.

“In che senso?” domando.

“Da noi ci sono quelle aperte: tubi corti, hai la testa fuori, così non hai quella sensazione di claustrofobia.”

“Grazie di questa informazione preziosa, papà. Dopo essere stata chiusa nel tubo per due ore, ad un passo da un attacco di panico, è importante sapere che potevo evitarlo.”

La fortuna di avere un padre medico, eh?

Uscita dal tubo, mi hanno consegnato il dischetto con la mia schiena fotografata fin nel profondo.

“E il referto?” ho domandato.

“No, quello lo mandiamo direttamente al tuo dottore”.

“Ma io lo rivedo tra tre settimane. Dovrò mica aspettare tutto questo tempo per sapere se ho un’ernia del disco?”

Ed ecco, la meravigliosa educazione britannica: loro non ti dicono “e che me ne frega a me?”, loro lo pensano e basta mentre, sorridenti, scuotono la testa e ti rispondono:

“I’m afraid you have to talk to Doctor Syed” e tu già dal “I’m afraid” hai capito che non gliene frega un accidente, che ti arrangiassi come meglio credi, il referto tu non lo avrai. 

Ma poichè la curiosità mi uccide ed ho il telefono del dottore, lo chiamo. Una volta. Due volte. Tre volte. Niente, ho beccato quello che non risponde al telefono e non richiama. Allora gli scrivo:

“Ciao, sono Valentina, quella che forse ha l’ernia del disco. Mi fai sapere?”

Non so se voi abbiate avuto sue notizie, io ancora aspetto ed, ormai, si avvicina il giorno del mio appuntamento, quindi sentirò dalla sua viva voce cosa dice la mia risonanza. E lui sentirà dalla mia che, l’animaccia sua, mi poteva far sapere qualcosa senza farmi aspettare tre settimane! Tanto lo so come risponderà:

“I’m afraid, Valentina….” ed in quel preciso momento l’ernia del disco la farò venire a lui, aggredendolo all’altezza della cervicale con tutta la forza che il torcicollo mi ha lasciato nelle mani.

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