Aneddoti britannici: la cura

Il mio amico Il Professore, quello che mi ha spedita alla Tate a guardare gli orologi di Marclay per capirci, mi dice spesso “ma perchè scrivi solo cose che ti accadono? Usa la tua fantasia: immagina, inventa avventure, potrebbe essere divertente.” Ed io ci ho provato, davvero. Però, come dico sempre al Professore, in questa terra d’oltre Manica accadono fatti che hai voglia ad usare la fantasia, non ce la farai mai ad uguagliare la realtà.

E torniamo alla mia schiena ed al Dott. Syed.

In realtà non è finita come ho scritto la settimana scorsa, anche se la lettera la ho ricevuta davvero.

Come avevo immaginato, quando finalmente lo ho incontrato, il mio medico è stato lieto di informarmi che non ho l’ernia del disco. E questo era facile, ero sicura che fosse cosa di poco conto. È risultato che ho un qualcosa di simile al prolasso di un disco, una cosa che la fisioterapia può risolvere, dice il dottor Syed e, come da copione, mi ha organizzato tutto.

Veramente, prima di inviarmi dal fisioterapista, il bel dottore mi ha guardato fisso negli occhi e, con un sorrisetto che mi ha allertata – quando non capisci bene la lingua, il body language è tutto – mi ha proposto:

“Se vuoi, potremmo risolvere il problema definitivamente, con una very easy injection nella schiena, nel punto dove l’osso sporge…” e mentre lo diceva annuiva e mi fissava come a dire “dai? la facciamo e vediamo come va?” ma già a “very easy”  mi si erano drizzati i capelli e ad “injection” avevo iniziato a scuotere la testa e a dire “no-no-no-no-no” e questo ha spento il suo entusiasmo ed il suo sorriso.

“Allora prima proviamo con la fisioterapia e poi, se non basta, faremo la injection” e non ho più detto nè sì nè no, avevo capito quanto tenesse a questa injection, non volevo ferirlo.

“Hai sempre dolore?” mi ha chiesto.

“Un poco.”

“Allora ti segno un antidolorifico” e, in linea con il protocollo britannico, mi ha prescritto l’immancabile paracetamolo, vera panacea di tutti i mali in UK.

“Dormi bene o ti svegli per il dolore?” mi ha domandato ancora.

“Dormo bene; mi capita di svegliarmi per il fastidio, a seconda delle posizioni ma niente di insopportabile” gli ho risposto.

“Allora ti prescrivo un farmaco che ti farà dormire senza dolore” e mentre lo diceva, gli brillavano di nuovo gli occhi, “Sono compresse. Le prendi la sera, prima di andare a letto e dormirai benissimo.” e, al pensiero, riluceva di entusiasmo, quasi stesse visualizzando i sonni felici che avrei fatto grazie a quella medicina. Mi ha porto il foglio con la prescrizione, indicandomi la farmacia dove andare a comprare tutto, ci siamo stretti la mano e ci siamo salutati.

Diligentemente, sono andata a fare shopping di medicine.

La farmacista ha preso la mia ricetta ed è tornata con il paracetamolo, poi ha guardato di nuovo la prescrizione e mi ha chiesto:

“Che problemi hai?”

“Il mal di schiena.” 

“E il tuo medico lo sa?” ha continuato, fissandomi.

“Of course!” ho risposto quasi risentita.

“Sai che queste compresse devi prenderle senza bere alcol?”

“Of course again!” e, in effetti, il Dott. Syed me ne aveva fatto cenno.

Finalmente, con una elegantissima bustina di farmacia sulla quale era stato attaccato un adesivo con il mio nome ed indirizzo, sciccheria che da noi te la sogni, sono tornata a casa e ho dato un’occhiata ai farmaci: il paracetamolo, vabbè, chi non lo conosce ma l’altro farmaco, l’amitri-qualcosa, quello no, mai sentito. Ora, c’è chi usa Google e c’è chi, come me, usa il proprio genitore medico per assumere informazioni: una email e aspetto, mio padre non è velocissimo nel rispondere ma si può sempre contare su di lui.

Per chi non lo conoscesse, mio padre è un gentiluomo d’altri tempi, di quelli ancora convinti che una stretta di mano sia un contratto, garbato nell’esprimere opinioni ed idee, forbito nel parlare. Così mi ha molto sorpreso leggere di dove, a suo dire, il  dottor Syed si sarebbe dovuto infilare l’amitriptyline, il farmaco che mi avrebbe fatto dormire bene.

Lo ho chiamato per un chiarimento.

“Papà?”

“Ma chi ti ha visitato?” mi ha chiesto subito.

“Il fruttivendolo…papà, che domanda, un ortopedico!”

“Ma sei sicura che sia un medico?”

“Per favore, papà…”

“Ma cosa gli hai detto?”

“Che ho i pidocchi… cosa vuoi che gli abbia detto? Che ho il mal di schiena, no?”

“Ma ti ha capito?” domanda che racchiude in sè la grande fiducia che i miei familiari ripongono nella mia padronanza linguistica.

“Direi che non era difficile, papà.” ho risposto con pazienza.

“Ma allora è proprio un coglxxxx” e anche qui mio padre ha utilizzato aggettivi che per solito non fanno parte del suo vocabolario.

“Ma perchè, papà? Mi spieghi?” 

“Perchè il dottor Coglionazzo ti ha prescritto uno psicofarmaco, un antipsicotico ecco perchè!”.

È risultato, infatti, che l’amitriptyline, il farmaco che mi avrebbe assicurato notti senza dolori, viene usato per la cura di disturbi psichiatrici di un certo rilievo, come disturbi bipolari, tentativi di suicidio e roba simile. Il che mi ha fatto sorgere il dubbio che il dottor Syed sappia di me qualcosa che io non so; oppure che sia davvero un coglionazzo, cosa della quale mio padre è certo.

Dubbi a parte, Professore, tu capisci quanto sia difficile scrivere cose che superino la realtà? Questo è un paese di fuoriclasse dell’incredibile ed io, qui, con la mia piccola mente italiana, non posso che inchinarmi davanti alla loro grandezza.

– fine –

2 Risposte

  1. Avatar
    Paolo

    Ahahahahahahhahahah…. Vali sei la numero uno….però fossi in te un paio di pasticche di amitriptyline a settimana le prenderei….cosi….tanto per integrare il paracetamolo…..ahahahahahahah. bacio grande. PAOLO T.

    Rispondi
    • valentina
      valentina

      Ahahahahahahahhah! E pure tu, che mi conosci bene, sai quanto mi farebbe bene l’amitriptyline ma shhhhhhhh! non diciamolo a nessuno….

      Rispondi

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