André Chénier: un poeta sul patibolo

Chenier al patiboloAndré Chénier, noto anche grazie al melodramma di Umberto Giordano, ha segnato la Francia del XVIII secolo con i suoi versi, per lo più pubblicati postumi. Dapprima vicino alle idee rivoluzionarie, divenne “nemico della patria” a causa del suo moderatismo inviso ai giacobini, e fu ghigliottinato a Parigi il 25 luglio 1794, vittima di un’epurazione politica non sempre capace di dare un vero volto al nemico.

Cultura e Rivoluzione

Il 13 settembre 1894 il musicista Umberto Giordano scriveva una cartolina al suo librettista, Luigi Illica. L’argomento non era la musica dell’opera che stava scrivendo, l’Andrea Chénier, né i versi che l’avrebbero accompagnata: “Mi dovresti dare il titolo di quel libro che Sonzogno ti diede per riscontrare notizie sulla Rivoluzione francese”. Illica, a quel tempo, aveva rallentato la stesura del libretto dello Chénier, non solo perché impegnato nella sceneggiatura de La Boheme pucciniana, da passare con urgenza a Giacosa per la versificazione, ma anche perché stava studiando la storia francese del Settecento e lo stesso voleva fare Giordano. Il dramma del poeta francese che intendevano mettere in musica, infatti, richiedeva una particolare attenzione agli eventi storici della Francia del XVIII secolo, poiché André Chénier, oltre ad essere uno tra i più talentuosi poeti del suo tempo, era anche intimamente legato a quelle correnti politiche poi sfociate nei moti rivoluzionari; ne era tanto legato da rimanervi tragicamente impigliato.

André Chénier

André Chénier

Nasce artista, come detto; poeta in una Francia già baciata dalla prosa contemporanea di Voltaire, di Diderot, di Rousseau, di Prévost, dal teatro di Marivaux e di Beaumarchais. Il piccolo André vede la luce nel 1762 a Costantinopoli, dove il padre, originario di Poitou e vissuto a Carcassonne, lavora presso una casa di commercio; lavoro che presto abbandona per un più proficuo posto di console in Marocco. La famiglia Chénier, dunque, divisa tra la Francia, dove risiedono la moglie ed i sette figli, e l’Africa, dove lavora il marito, conduce un’esistenza molto particolare, nella quale, almeno inizialmente, non mancano i denari per lo studio e la vita agiata. André frequenta il prestigioso Collegio di Navarra e lì stringe amicizia con alcuni tra i rampolli delle più facoltose famiglie parigine, come i fratelli Trudaine e François de Pange, che tanta parte avranno nel forgiare il suo stile di vita, conservato, grazie ai prestiti degli amici, anche quando il padre, caduto in disgrazia, non avrà più di che mantenerlo. Nel salotto della madre, poi, André conosce il poeta Le Brun, che amplia gli orizzonti della sua giovane mente, facendogli volgere lo sguardo verso la letteratura. La sua vita, dunque, si divide tra gli esercizi di poesia con Le Brun e gli svaghi mondani e dissipati con gli amici.

Nel 1787 incontra a Parigi Vittorio Alfieri e condivide con lui l’interesse per la decadenza delle arti. Improvvisamente gli amori e le notti brave sbiadiscono di fronte all’impegno civile di cui il grande astigiano è fervido portatore. In quell’anno Chénier scrive La libertà e L’inno alla giustizia, che, nonostante le licenze poetiche di Illica e Giordano sulla vita del poeta, ispira abbastanza fedelmente la romanza Un dì all’azzurro spazio. Da quel momento quasi tutti i suoi componimenti conterranno il senso e la speranza della libertà.

Divenuto segretario personale dell’ambasciatore francese a Londra, non cessa di scrivere poesie e di seguire da vicino la politica della sua patria. Da metà giugno a metà settembre del 1789 è in congedo in Francia e, dunque, vive personalmente i primi moti rivoluzionari. Non sappiamo quanto sia coinvolto, ma di certo saluta con gioia la libertà conquistata dai suoi connazionali ed apprezza la lotta contro quei privilegi nobiliari che avevano contribuito a ridurre in miseria la sua famiglia, bloccando la carriera del padre. Inoltre già due suoi fratelli, Louis-Sauveur ed il drammaturgo Marie-Joseph, appoggiato da Danton, si erano apertamente uniti alla causa rivoluzionaria.

Rimedi che assomigliano ai malanni

LapideLa rivoluzione, però, non porta solo venti di libertà, soprattutto nella vita di André, il quale, presto, si trova a fare i conti con il tragico, definitivo fallimento finanziario familiare: l’Assemblea, infatti, aveva dimezzato le pensioni concesse sotto l’antico regime, tra cui quella del padre, il quale, dapprima osteggiato dalla nobiltà nella sua carriera, ora viene depauperato anche dai rivoluzionari. André inizia a criticare apertamente il sistema; esprime il dubbio che la libertà conquistata sia solo una vernice che copre vecchi soprusi, che la politica dell’Assemblea sia oppressiva quanto quella precedente, soprattutto nei confronti della parte meno abbiente della popolazione. Mitiga di molto le sue posizioni di rivoluzionario; e la pacatezza poco si armonizza con gli ideali giacobini.

Nel 1790 Lafayette, Condorcet e Sieyès fondano La Société de 1789, più moderata falange rivoluzionaria nata in contrapposizione al Club des Jacobins. Vi aderiscono molti artisti ed intellettuali; tra costoro anche gli amici di André ed André stesso. L’iscrizione, peraltro molto costosa e, dunque, probabile dono dei suoi amici, riaccende ardori politici e Chénier, tornato in Francia, scrive un focoso articolo sul giornale sociale: Avviso al popolo francese sui suoi veri nemici, dove traspare la sua posizione ideologica che ritiene la lotta armata necessaria nello sradicamento di un regime oppressivo, ma inutile e dannosa nell’instaurazione del nuovo governo. “I germi dell’odio politico” non devono radicarsi; i cittadini non devono trovare nei nuovi governanti dei nemici che li accusano falsamente; la rivolta non deve essere giustificata da pericolosi sofismi; ed il popolo armato non deve vendersi a chi voglia comprarlo. Chénier descrive il dopo rivoluzione come “una specie di sistema generale atto ad impedire il ritorno dell’ordine e dell’equilibrio”. Gli esponenti più radicali della rivoluzione divengono oggetto delle sue aspre critiche. Di Marat e dei suoi compagni dice che “strillano contro pericoli inesistenti solo per farsi ascoltare tra la plebe ignorante”.

L’articolo suscita scalpore e genera nemici. Chénier non demorde e l’anno seguente traspone quegli stessi concetti in un’ode, dove chiede ai rivoluzionari di limitare se stessi.

Nel frattempo il Journal de La Société de 1789, fortemente osteggiato, cessa le pubblicazioni e Chénier, che, nel frattempo, aveva lasciato il lavoro londinese per dedicarsi anima a corpo alla scrittura, decide di continuare a diramare le sue idee pubblicando pamphlet a proprie spese. Nel 1791 esce Riflessioni sullo spirito di partito, ove attacca i giacobini, confuta le Riflessioni sulla rivoluzione in Francia di Burke, ed attribuisce alla stampa rivoluzionaria il ruolo di fomentatrice d’odio. E’ ormai nel mirino dei rivoluzionari.

Il 20 luglio Luigi XVI tenta la fuga, ma viene fermato a Varennes. I rivoluzionari, attraverso questo gesto emblematico, acquisiscono molti consensi che, in parte, mitigano l’indebolimento ideologico causato dalla frattura tra la sinistra radicale di Robespierre e la destra di Lafayette, contraria alla destituzione del re.

La Société de 1789 viene sciolta e ricostituita nel circolo Amis de la Constitution, meglio noto come Club des feuillants, poiché le riunioni si tenevano in un convento di monaci cistercensi, i feuillants per l’appunto. Vi aderiscono sia Chénier, sia i suoi amici. Contemporaneamente, André inizia a collaborare con il Journal de Paris, dal quale tuona le proprie idee, mettendo in atto una sorta di crociata antigiacobina, manifestazione di incoerenza, rispetto ai suoi trascorsi rivoluzionari, ma anche possibile espressione di paura per il futuro politico della Francia dopo la caduta della monarchia, dal momento che, nazione allettante, avrebbe potuto suscitare bellicosi avvicinamenti da parte di altre potenze europee. Ecco, dunque, che i repubblicani si avvicinano ai reazionari, sposandone in parte idee ed interessi.

Gli eventi precipitano rapidamente.

E’ guerra aperta: armi contro parole

Nell’estate del 1791 i giacobini assaltano le Tuilleries e la Guardia Nazionale di La Fayette spara sulla folla inerme a Champ de Mars. Luigi XVI cerca riparo all’Assemblea Legislativa. La vittoria schiacciante dei rivoluzionari, però, fa temere il peggio e l’Assemblea decide di non mostrare più deferenza alcuna per il re, esautorandolo dai suoi poteri.

La monarchia, di fatto, è caduta, sebbene fino al 22 settembre non sarà proclamata la Repubblica.

Nelle ore successive accade di tutto a Parigi. Anche la sede del Journal de Paris viene assaltata e distrutta: le idee dello Chènier non vi troveranno più eco, dunque!

La mal parata lo costringe a fuggire.

Si reca dapprima a Le Havre, probabilmente per prendere la via di Londra, ma poco dopo si dirige a Rouen. Non vuole espatriare. E’ convinto che gli scontri cesseranno presto ed, inoltre, è in ansia per il padre. Rientra, dunque, a Parigi a fine settembre. Si sente abbastanza sicuro, anche perché il fratello drammaturgo, nel frattempo, era stato eletto alla Convenzione ed il legame tra i due non si era mai spezzato, neppure a causa delle differenti ideologie. Le invettive giornalistiche e la propaganda poetica sembrano solo un ricordo. André arriva persino a dichiarare di voler abbandonare ogni attivismo. Poco dopo, però, inizia a collaborare con Malesherbes, l’ex magistrato che aveva assunto la difesa del re. Di questa collaborazione non vi sono prove, se non il rinvenimento di molti appunti di André in difesa di Luigi XVI, che, tuttavia, potrebbero ben rappresentare esercizi di stile per futuri pamphlet.

Il 21 gennaio 1793 Luigi XVI viene decapitato; dieci mesi dopo identica sorte toccherà alla moglie, Maria Antonietta.

LibrettoChénier si rifugia a Versailles, in casa del fratello rivoluzionario, ove riprende a dedicarsi ai componimenti poetici. L’apparente calma, che sembra aver ormai tracciato i binari della sua vita, si infrange presto, però: il 17 settembre la “legge dei sospetti” diventa realtà. Nessuno è più al sicuro. Basta un mero dubbio, un vago indizio per attivare la macchina della giustizia. La vita di Chénier è segretamente posta sotto controllo e, nel marzo dell’anno successivo, viene infine tratto in arresto, mentre si trova a casa del maresciallo Pastoret, deputato di destra alla Legislativa, cosa che conferma i sospetti dei giacobini sulla prosecuzione del suo coinvolgimento con le falangi antirivoluzionarie.

L’interrogatorio che subisce è lungo e snervante. Chénier si trova nella posizione di dover giustificare ogni azione, ogni pensiero, ogni amicizia, persino le lettere inviate al padre e quelle dirette in Inghilterra e volte, semplicemente, a riavere i suoi effetti personali. Si immaginano codici segreti dietro frasi banali. Nulla di quanto afferma viene creduto. Inevitabilmente finisce ristretto nel carcere di Saint-Lazare.

Le prigioni giacobine erano tutt’altro che luoghi di punizione: i detenuti potevano circolare liberamente, avere rapporti epistolari con l’esterno, potevano persino farsi venire prelibatezze dai migliori ristoranti. La mollezza dei suoi compagni di carcere, sospesi a metà tra le ideologie politiche passate e la pacifica accettazione degli agi messi a disposizione dalle stesse mani che li avevano rinchiusi, indispettiscono André, il quale si chiude nel silenzio a scrivere poesie. Immerso nell’arte, naturale leva del suo spirito, nutrimento della sua passione, inizia a palpitare per la bellezza di una prigioniera, Aimée de Coigny, duchessa di Fleury, per la quale scriverà versi appassionati nell’ode Le jaune captive.

Com’era inevitabile, la morbida vita del carcere parigino ben presto si inasprisce. Robespierre nutre la lama della ghigliottina, facendo retate tra i prigionieri politici. A fine giugno è la volta di Saint-Lazare. Sessantuno i prigionieri prelevati, tra i quali Chénier. Molti attribuiscono al padre del poeta l’infausto evento, poiché, nei primi tempi di prigionia del figlio, aveva scritto un’accorata lettera alle autorità elencando le sue buone azioni. Aveva ritenuto di fare, così, il suo bene, trascurando ingenuamente il fatto che molte di quelle azioni, di quelle idee, da lui considerate giuste e meritevoli di ammirazione, erano invise ai giacobini. Avrebbe dovuto tacere, come consigliato dal figlio rivoluzionario Marie-Joseph; avrebbe dovuto lasciare che i giacobini dimenticassero, che André diventasse trasparente, che è, poi, l’unico modo per uscire vivo dal carcere, quando le accuse sono di natura politica. Tuttavia, pensare che la lettera del padre sia la causa prima ed unica del processo e della successiva condanna è errato. André, con i suoi scritti, aveva ormai superato il punto di non ritorno; il suo nome era da tempo segnalato al Comitato di Sicurezza Generale, in quanto accusato anche di aver nascosto in carcere importanti documenti spagnoli.

Il 24 luglio inizia il processo; la sua testa cade sotto la lama della ghigliottina nel pomeriggio del giorno seguente. Un accertamento processuale decisamente sommario.

Non è la fine dell’antigiacobinismo, ovviamente, ma è sicuramente la fine di un uomo e di un poeta.

di Raffaella Bonsignori

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