‘A livella di Totò… Riina

totò riinaCi può anche stare che digitando in questi giorni la parola Totò su Google, la prima foto ad apparire sia quella di Salvatore (non Antonio!), Riina. Non si parla che di lui. Ma tutto questo clamore, questa visibilità , mi sembra un poco fuori posto.

Il sasso in piccionaia lo ha gettato la Cassazione, stabilendo che totò ha diritto a una morte dignitosa; totò il piccolo, ovviamente, perché l’altro Totò, il grande, la morte dignitosa, se la è meritata 50 anni fa, in quel 15 aprile 1967, quando prima Roma, poi Napoli e il Paese intero si fermarono per salutarlo con una ritrovata consapevolezza della nobiltà della sua arte.

E forse da lì possiamo partire per cercare una soluzione alla nostra vexata quaestio: ha diritto un pluriomicida ergastolano impenitente a una morte dignitosa? Certo che sì, ne ha il diritto e, anzi, il dovere. La dignità non si regala né s’impone. Emana come diretta conseguenza dagli atti, dalle parole, dall’esercizio della libertà propria di ogni persona.

Quale dignità può essere, quindi, riconosciuta a Riina? La dignità del pentimento e della richiesta di perdono!

La dignità di dire: “Ho sbagliato, e l’unico modo che ho per restituire un infinitesimale segno di rispetto alla mia esistenza, alle uccisioni e allo sbriciolamento annerito di tante esistenze superiori alla mia, è quello di morire in solitudine, lontano da vicinanze parentali o amicali, per poter forse auspicare in quell’istante di verità che dovrebbe illuminare tutti gli esseri umani, prima di morire.

Totò de Curtis

Totò de Curtis

Perché ogni esistenza umana dovrebbe avere quell’ultimo atto che schiude il baratro che la precede, e cristallizza gli onori e gli orrori che le appartengono. Perché ogni essere umano possa attraversarsi in quello specchio interiore chiamato coscienza, e sporcarsi o pulirsi l’anima per l’ultima volta, in un tempo che rasenti l’eterno.

La dignità, infatti, non si può imporre o regalare, ma neppure, quando è autentica, comprimere, oscurare o dileggiare. Questa è la dignità che lo Stato, cioè tutti noi, possiamo garantire a un uomo come Riina: la dignità auspicata e quasi esigita del suo ravvedimento finale, la sola che potrà donargli una morte dignitosa, in carcere o in altra struttura idonea, non certo a casa propria, nel suo letto o tra la sua gente, ultimo affronto e definitivo naufragio di ogni possibile dignità.

Chi potrà indurre questo ravvedimento? La morte? A livella? “Ma mi faccia il piacere – arguirebbe Totò il Grande – Signori si nasce. Ma voi, signor Riina, forse potete ancora morire se non da signore, almeno da uomo.

“Perciò stateme a ssentì… ma che v’ importa? sti ppagliacciate ‘e fanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo a morte!”.

di Marianazarena Iacorossi 

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