I divani di Rico Palmiro (ovvero come persuadere un britannico a pagare)

 

La conversazione è una cosa meravigliosa. Questo dono della parola, del dialogo, fa di noi la razza eletta: noi comunichiamo a parole, non a gesti, noi ci capiamo dicendo “si” o “no”, noi conversiamo. E conversando possiamo spiegarci, raccontarci, svelarci o nasconderci; possiamo essere sinceri o mentire; possiamo sedurre; possiamo offendere. La parola è tutto. La parola può tutto. 

Certo, a volte mi interrogo sul perchè lo stesso concetto richieda un miliardo e mezzo di parole per essere compreso da Ammi e solo due per essere chiaro alla mia amica D, ma sono dettagli, la parola è importante, serve a conoscersi ed a capirsi.

Il problema si pone serio quando disponi di poche parole perchè sei costretta a parlare una lingua che non è la tua e con la quale, probabilmente, non farai pace mai. E questo può rendere la conversazione un po’ complicata, perchè quando capisci “sai, io schra mrmsyyxx fkshroam, però mi è piaciuto” tu sei costretto a rispondere alla cieca e butti lì un “oh” o un “certo, capisco” sperando che sia sufficiente.

Sì, avere poche parole non è una buona cosa, specie se devi convincere il tuo padrone di casa a cambiare i divani.

Vi ho già parlato di Rico Palmiro, il nostro landlord che di italiano ha solo il nome improbabile: 60 anni circa, britannico fino al midollo (a parte il nome che, infatti, non riesce a pronunciare bene), parla con un terrificante accento cockney, non ti guarda in faccia manco se crepi ed è di una tirchieria che lo ha reso noto a chiunque.

Il bello di avere una casa in affitto, a Londra, è che le agenzie si occupano di tutto, manutenzione inclusa: se hai un problema, che so? con lo scarico della doccia, loro ti mandano l’idraulico in tempo reale. Questo vale per tutti ma non per noi: noi abbiamo Rico Palmiro che, per risparmiare sulle spese di agenzia, si occupa di ogni cosa. In prima persona. 

È Rico Palmiro che ha tentato di riparare l’aria condizionata, arrampicandosi sulla scala ed infilandosi dentro il condotto; ed è sempre Rico Palmiro che, con i pantaloni rimboccati al ginocchio, è entrato scalzo nella vasca da bagno, impugnando uno stura lavandini, nel vano tentativo di sbloccare lo scarico. A nulla erano valse le spiegazioni di Ammi, che aveva cercato di fargli capire come anche noi avessimo provato un approccio casalingo: Rico Palmiro è uno che le cose le deve fare da solo. Salvo poi chiamare l’elettricista o l’idraulico perchè Rico Palmiro, in realtà, non sa fare niente. Però ci prova, sai mai che, prima o poi, riesca a risparmiare qualcosa.

Scontato che, quando nel nostro appartamento si è rotto l’impianto di aspirazione, Rico Palmiro si sia sentito costretto ad intervenire personalmente. Avrei opposto una certa resistenza, non per cattiveria, ma Rico non rientra tra le mie frequentazioni preferite, se non fosse che, da tempo, ho in odio i divani di casa e voglio cambiarli; ma siccome la casa era arredata, devo avere il permesso di Rico. E, soprattutto, voglio che li paghi lui che, come dicevo, non brilla per generosità. 

“A che ora viene Rico?” mi chiede Ammi.

“Alle 10”.

“Allora lo aspetto.”

“No!” grido, “Come lo aspetti? Devo fargli cambiare i divani!”

“Ma tu come glielo dici?” mi domanda lui, come se stesse parlando ad un orango.

“Di certo meglio di come glielo diresti tu! Devo ricordarti com’è finita l’ultima volta?”. All’epoca si trattava di cambiare letto e materasso decrepito e mi ero affidata alla padronanza linguistica di Ammi; è finita che si sono compresi così bene che Cristiano ha insolentito Rico per circa cinque minuti e da quel giorno non si sono più sentiti. Sono passati due anni e non mi sembrava opportuno farli rincontrare proprio adesso che voglio cambiare i divani.

Quindi Ammi se ne va ed io rimango in attesa di Rico che alle 10.30, scusandosi per il ritardo, entra in casa mia in pantaloncini da tennis, scarpe da ginnastica, calzino al polpaccio, maglietta a polo ed un panama bianco ben calcato in testa che non toglierà mai durante l’inutile ispezione del condotto di aspirazione: non funziona, non c’è niente da fare. Ci rimane così deluso che quasi provo pena per lui:

“Don’t worries, Rico.” la butto lì, lasciandolo libero di interpretate, a suo piacimento, se non debba preoccuparsi per il guasto o per il suo ennesimo fallimento.

Sentendosi compreso, Rico attacca a parlare ed io, che capisco un decimo, annuisco comprensiva mentre lui scuote la testa sconsolato, sempre fissando il pavimento o un punto impreciso del soffitto perchè, da buon britannico, non mi guarda mai. 

È quando fa per andarsene che lancio la trappola:

“Wait, Rico: we need to talk about our couches”, ‘ndo vai che dobbiamo parlare dei divani, “Sit down”, siediti, gli dico, lui obbedisce ed io mi siedo di fronte a lui. E lo guardo.

“Rico,”, gli dico, “brutti sono sempre stati brutti ma adesso sono anche sfondati, sono scomodi e non li voglio più. I divani vanno cambiati.”

Rico si appoggia allo schienale, poi mette un cuscino dietro la schiena, poi dice qualcosa, poi scuote la testa ma io non lo capisco, nemmeno ci provo: io voglio i divani nuovi.

Ed ecco la nostra conversazione.

Rico: “Gamndkg dert fars tridoe acuotne sdì xxxxer haeroporpa dgr gat.” e si agita sul divano, toccandosi il cappello.

Io:  “Rico, sto scomoda, mi fa male la schiena, è terribile.” e lo fisso in un punto del volto, perchè i suoi occhi mi sfuggono.

Rico: “Sdkjì xxjkszzz dgeosk dfrtosa ver thes bartxx carlkhxx!” e guarda il soffitto mentre il panama gli scivola sulla fronte.

Io: “Immagina, Rico, come starebbe bene un bel divano ad angolo qui, lungo la finestra. Sarebbe meraviglioso!” ed i miei occhi sono sempre fissi su di lui.

Rico: “Fraspthdexx xghseiu zyxxad oxwe yshjia sdxxrs.” e guarda fuori dalla vetrata, mettendosi a posto il panama.

Io: “Mi occupo di tutto io, la casa diventerà bellissima.” e non gli tolgo gli occhi di dosso.

Rico: “What color?”

E lì capisco che è fatta, che questi divani hanno le ore contate e Rico finanzierà l’acquisto di quelli nuovi.

Già, la parola è tutto ma la conversazione, a volte, segue sentieri misteriosi e, quando si tratta di convincere un britannico, la più potente arma di persuasione non è altro che uno sguardo.

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